Come cambia l'attività del cervello sotto ipnosi

Grazie alla risonanza magnetica è stato chiarito cosa cambia nel cervello sotto ipnosi

È la risonanza magnetica funzionale (fRM) ad aver chiarito quanto e come, nel cervello sotto ipnosi, l’attività di molte aree si modifichi in modo talmente profondo da funzionare come antidolorifico o antiansia/antistress, o da riuscire a superare i disturbi vasomotori della menopausa (le “vampate”) o, ancora, aiutare chi vuole smettere di fumare.

Nel numero online di Cerebral Cortex del 28 luglio 2016 David Spiegel, psichiatra dell’Università di Stanford (California), da sempre impegnato ad approfondire il rapporto tra ipnosi e attività del cervello, dimostra quali sono le aree che più risentono dello stato ipnotico e perché proprio queste variazioni si associano ai suoi effetti più noti.

Il gruppo di Spiegel ha prima di tutto chiarito che non tutti gli individui possono ottenere gli stessi risultati dall’ipnosi. «La capacità di rispondere all’ipnosi è una caratteristica personale e altamente stabile, presente nei due terzi circa degli individui» sottolinea Spiegel. «È cruciale individuare perciò chi può beneficiare al massimo di questo metodo.

Applicata da personale qualificato e in modo corretto, selezionando i soggetti più ricettivi, l’ipnosi permette per esempio di abbattere il ricorso agli antidolorifici, farmaci efficaci ma non sempre ben tollerati» prosegue Spiegel.

«Ecco perché abbiamo selezionato, tra 500 candidati al nostro studio, 36 che avevano risposto meglio a un mini-test di induzione dell’ipnosi, per confrontarli con altri 21 che erano invece risultati insensibili».

Tutti sono stati nuovamente sottoposti a procedura ipnotica, questa volta però con il monitoraggio della fRm: a questo punto, soltanto nei soggetti ricettivi è stata evidenziata e misurata l’influenza profonda dell’ipnosi sul cervello, grazie all’attività di alcune aree:

«Abbiamo rilevato tre sostanziali differenze con lo stato pre-ipnotico: una minore attività dell’area che si accende quando il soggetto avverte un potenziale pericolo, o fronteggia una situazione che richiede massima focalizzazione (corteccia cingolata anteriore dorsale); un aumento delle connessioni che governano il dialogo interno tra mente e corpo (sono coinvolte due aree, la corteccia dorsolaterale prefrontale e la corteccia insulare); infine una riduzione della capacità di governare le proprie azioni in modo conscio. È infatti noto che, sotto ipnosi, si possono compiere azioni chiaramente non governate dalla volontà» riassume Spiegel.

«Considerati nel loro complesso, questi effetti dell’ipnosi sulle attività del cervello spiegano perché si possano ottenere risultati ottimi nella sedazione del dolore: infatti gli antidolorifici più potenti, cioè gli oppiacei, producono nel cervello lo stesso tipo di “spegnimento” della corteccia cingolata anteriore dorsale.

Inoltre, gli effetti rilevati nelle altre aree cerebrali spiegano come mai l’ipnosi funzioni negli stati ansiosi, migliori la gestione dello stress (anche post-traumatico) e contribuisca a superare i disturbi vasomotori della menopausa e la dipendenza da fumo». Spiegel conclude ricordando un’esperienza personale:

«L’ipnosi può anche essere autoindotta: è così che nel 1972, dopo un impegnativo intervento alla spalla, sono riuscito a evitare la somministrazione di qualunque antidolorifico».

01 settembre 2016


Approfondimento Benessere

Giornalista professionista


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