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La fatica: tipologie, sintomi e rimedi

Come si distingue tra i diversi tipi di fatica, quali sono le cause e quali le soluzioni

La fatica consiste in un calo più o meno improvviso della prestazione fisica che si accompagna alla sensazione di incapacità di sostenerla in termini di intensità e di durata. In parole povere il soggetto non riesce più a sostenere una determinata prestazione sportiva.

La capacità di contrastare la fatica si definisce resistenza e consiste nella facoltà dell’atleta di riuscire a svolgere per lungo tempo una qualsiasi attività senza calo della sua efficacia/efficienza.

Oggi si parla sempre più spesso anche si resilienza, un termine sottratto alla metallurgia che indica una caratteristica delle leghe metalliche e che sottolinea la capacità dell’individuo di mantenere un elevato livello di prestazioni sportive sfidanti nel tempo.

 

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Il limite delle capacità di rendimento di un soggetto è dettato dalla possibilità di attivare a livello massimale il proprio apparato muscolo-scheletrico, cardiovascolare e respiratorio per favorire prestazioni di forza, velocità e/o durata nel tempo; tali capacità dipendono dalle caratteristiche genetiche dell’individuo e risultano estremamente condizionabili dall’allenamento attraverso sollecitazioni reiterate nel tempo e finalizzate al potenziamento dei sistemi di scambio energetico dell’organismo.

Di non minore importanza risultano anche le capacità “nervose” dell’atleta in termini di motivazione e gli adattamenti psico – neuro – endocrino – immunitari al condizionamento fisico e alle richieste prestazionali dettate dalle sedute di allenamento.

Si distinguono diverse tipologie di fatica sulla base dell’entità di distretti muscolari coinvolti.

Fatica locale

Quando al lavoro partecipa meno di 1/3 della muscolatura corporea. Non c’è una sensibile attivazione del sistema respiratorio e cardiocircolatorio e pertanto le percezione di fatica dipende da meccanismi strutturali e di esaurimento riguardanti quasi esclusivamente la muscolatura coinvolta e da aspetti motivazionali.

 

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Fatica Globale

Quando al lavoro partecipa un’entità superiore ai 2/3 della muscolatura complessiva dell’individuo. Il suo raggiungimento è dovuto alla sommatoria dell’attivazione massimale delle componenti cardiovascolare e respiratoria e dei già visti meccanismi locali.

 

Fatica regionale

Quando al lavoro partecipa da 1/3 a 2/3 della muscolatura corporea e rappresenta una situazione intermedia rispetto alle precedenti.

 

La fatica viene distinta classicamente anche in acuta o cronica.

 

La fatica acuta

Se l’intensità dell’esercizio fisico raggiunge le nostre capacità massimali, o se lo sforzo si protrae nel tempo a certe intensità, l’organismo perde progressivamente efficacia ed efficienza ed è costretto a rallentare o a fermarsi.

Non è facile definire univocamente le cause della fatica acuta, anche perché non tutti i tipi di sforzo sono omogenei e pertanto ognuno di essi può chiamare in causa meccanismo fisiopatogenetici assolutamente diversi tra loro oppure contemporaneamente presenti.

In maniera assolutamente schematica possiamo descrivere i principali meccanismi che risultano alla base della fatica acuta in differenti tipologie di attività sportiva:

- Esaurimento in pochi secondi delle riserve energetiche responsabili del metabolismo cosidetto “alattacido”, con riduzione delle scorte intramuscolari di ATP (adenosin trifosfato) e CP (creatina fosfato): prove fisiche brevi eseguite a velocità massima (fino a 6-7 secondi):
- Accumulo di acido lattico nel muscolo e nel sangue (meccanismo “lattacido”): prove massimali di durata superiore ai 6-7 secondi:
- Esaurimento delle riserve intramuscolari ed epatiche di glicogeno con progressiva perdita della forza muscolare e scadimento della prestazione: attività fisiche di lunga durata (meccanismo “aerobico”);
- Alterazioni dell’equilibrio elettrolitico e idrosalino: in causa soprattutto nelle attività fisiche di lunga durata svolte in condizioni climatiche avverse;
- Accumulo intracellulare e intracerebrale di composti azotati (cosiddetta fatica “centrale”);
- Rotture microscopiche a carico delle strutture muscolo-fasciali come effetti meccanici del movimento che, unitamente a quelli biochimici, sono responsabili dei dolori precoci e tardivi che possono conseguire all’attività fisica (dipendenti anche dal grado di allenamento del soggetto a parità di prestazione).

Tutti i meccanismi in causa nell’esaurimento acuto appena descritti operano in maniera sinergica e non in maniera indipendente; il ripristino delle condizioni di partenza avviene in tempi più o meno rapidi attraverso il riposo ed una corretta alimentazione, a seconda dello sforzo effettuato potendo richiedere da pochi secondi fino ad alcuni giorni.

Come già accennato quando si parla di fatica non si può inoltre prescindere da aspetti psicologici e motivazionali che rivestono un’importanza certamente non trascurabile.

 

La fatica cronica

Condizione nella quale il soggetto assiste ad una progressiva riduzione delle proprie prestazioni fisiche senza riuscire ad indentificare una causa precisa legata a carichi di allenamento, malattie, eventi stressanti etc.

Tale contesto va distinto assolutamente dal naturale affaticamento che segue ad un normale periodo di carico di allenamento previsto nel piano di lavoro annuale; infatti, quest’ultima condizione è assolutamente fisiologica, è reversibile con il riposo ed è proprio alla base della “supercompensazione”, quel meccanismo di rigenerazione fisiologica continua che in presenza di adeguati stimoli permette il continuo miglioramento dello stato prestativo del soggetto.

Tale fenomeno non può avvenire all’infinito e anche i modi e i tempi di risposta del soggetto possono variare nei differenti momenti della sua vita in presenza di differenti condizionamenti, responsabilità, ansia prestativa, necessità di rimanere ai vertici.

Quando viene perso l’equilibrio tra somministrazione dei carichi di lavoro e capacità di supercompensazione, si entra nel campo della sindrome da superallenamento o da overtraining.

Quali sono i sintomi?

Innanzitutto il calo prestativo in gara e in allenamento, ma anche tutta una serie di segni aspecifici che tutti insieme diventano significativi di un malessere generale quali malumore, insonnia, inappetenza, perdita di peso.

E i primi segni oggettivi? Quasi sempre sono presenti un aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa a riposo che si accompagnano al mancato raggiungimento della frequenza cardiaca massimo sotto sforzo e al lento ripristino della frequenza cardiaca basale dopo allenamento.

Nel caso sia possibile effettuare prelievi per la misurazione dell’acido lattico, è possibile dimostrare il mancato raggiungimento di valori comparabili a quelli precedentemente rilevati.

Un altro parametro spesso presente e facilmente rilevabile nei comuni esami del sangue è la cosiddetta “inversione della formula leucocitaria” (linfociti percentualmente superiori ai granulociti neutrofili, mentre normalmente avviene il contrario).

Per i professionisti, in quanto discretamente costosa, esiste anche la possibilità di effettuare analisi computerizzate della variabilità della frequenza cardiaca (quando è poco variabile nel tempo è segnale sospetto) o di verificare il rapporto testosterone/cortisolo (che risulta diminuito in casi di sindrome da superallenamento).

Nel contempo risulta anche molto più facile ammalarsi..insomma un mezzo disastro.

Come se ne esce?

Occorre rivalutare la situazione complessiva, le attese, la programmazione delle attività, le ambizioni, i piani di allenamento, gli obiettivi. E riposo: fisico e cerebrale, oltre a tanta umiltà.

 

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16 febbraio 2017


Approfondimento Fitness


Dirigente Medico Medicina dello Sport

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