Un aiuto ai sintomi delle menopausa arriva dal finocchio

Il consumo di finocchio per le donne in menopausa è un grande aiuto

Diversi studi hanno evidenziato che il finocchio può aiutare le donne in menopausa a gestire in maniera efficace e senza effetti collaterali i sintomi, come le vampate, insonnia, secchezza vaginale e ansia. Lo conferma uno studio pubblicato sulla rivista Menopause.

Sembra infatti che il consumo di finocchio in forma di vegetale integro o come tisana due volte al giorno riesca a migliorare i sintomi della menopausa, in quanto contiene oli essenziali, fibre e fitoestrogeni (come nella soia). E’ un aiuto soprattutto per quelle donne che non tollerano la terapia ormonale sostitutiva. 

In linea generale, consumare abbondanti quantità di verdura durante la giornata, ai pasti e come snack spezza fame, si rivela molto utile. Le Vitamine e i Sali minerali contenuti nei vegetali possono contrastare diversi disturbi legati alla menopausa.

La Dr.ssa Chiara Boscaro, Biologa nutrizionista, ricorda inoltre che è molto importante integrare l’alimentazione delle donne in menopausa con alimenti ricchi in calcio, come i latticini. In questo periodo estivo è ottimale esporsi al sole per guadagnare una buona riserva di vitamina D, che assieme al calcio aiuta a contrastare l’osteoporosi, tipica del calo di estrogeni dovuto alla menopausa.

17 novembre 2017


Alimentazione Approfondimento

Biologa Nutrizionista


Attenzione ai viaggi in aereo per chi soffre di apnee notturne

I viaggi in aereo per chi soffre di apnee notturne possono richiedere la fornitura della CPAP durante il volo.

I viaggi in aereo per chi soffre di apnee notturne possono richiedere l'uso di una apparecchiatura apposita (denominata CPAP) durante il volo

Non ci sono preclusioni assolute per i viaggi in aereo per chi soffre di apnee notturne. In particolare, la sindrome delle apnee ostruttive nel sonno (sigla inglese OSAS), può richiedere una terapia con ventilazione meccanica a pressione positiva continua (in inglese CPAP, acronimo di Continuous Positive Airway Pressure). A tale riguardo, le raccomandazioni della British Thoracic Society indicano che i pazienti con OSAS e significativa desaturazione dell'ossigeno dovrebbero eseguire la terapia CPAP anche durante il viaggio in volo.

Ovviamente è però opportuno organizzarsi per tempo, informandosi presso l'agenzia di viaggi o la compagnia aerea stessa su tale disponibilità. In molti casi tali informazioni possono essere acquisite direttamente sul sito internet della compagnia aerea.

Va quindi specificata la richiesta di trasporto dell'apparecchiatura di CPAP e di utilizzo in aereo. A tale riguardo, potrebbe essere necessario compilare un modulo informativo e fornire una certificazione clinica da parte del proprio medico.

Ma quante e quali sono le compagnie aeree che consentono questo supporto? Nel 2003, un apposito studio ha rilevato che l'82% dei vettori a lunga distanza permettono l'uso di macchine CPAP sui voli a lunga percorrenza. Gli autori dello studio hanno inoltre rilevato che vi è un aumento del rischio di incidenti automobilistici dopo lo sbarco, se la terapia CPAP non è stata utilizzata nei voli a lunga percorrenza, soprattutto nel caso di voli notturni.

I viaggi in aereo per chi soffre di apnee notturne possono richiedere l'uso di una apparecchiatura apposita (denominata CPAP) durante il volo

Alcune delle compagnie aeree che permettono l'uso di CPAP in volo

In base alle informazioni disponibili sui propri siti web, consentono l'uso delle CPAP le seguenti compagnie:
- British Airways
- Quantas
- Air Nuova Zelanda
- Air Maritius
- Israele El Al Airline
- Northwest Airlines
- Singapore Airlines
- Giappone Airlines
- Cathay Pacific
- Air Canada
- Air Transit

Va infine considerata l'eventuale taratura dell'apparecchiatura CPAP per il volo. Va infatti considerato che l'ambiente pressurizzato del velivolo corrisponde ai valori di una quota di circa 1500-2400 metri sul livello del mare. Quindi è come essere in una località di montagna. Lo sbalzo di altitudine può in teoria modificare la pressione erogata dalla ventilazione CPAP. In realtà, i modelli più recenti di CPAP sono dotati di sistemi automatici di compensazione della pressione atmosferica che consentono un uso sicuro anche in caso di ampie variazioni di altitudine.

Alcune delle compagnie aeree che permettono l'uso di CPAP in volo

Bibliografia: Walters G, James A, Gill S, Banerjee D. Airline acceptability of CPAP: is relevant information available on airlines' websites? Prim Care Respir J 2010;19(1):87-8.

Patz DS, Swihart B, White DP. CPAP pressure requirements for obstructive sleep apnea patients at varying altitudes. Sleep 2010;33(5):715-8.

15 novembre 2017


Approfondimento Disturbi del sonno Salute

Medico di base - Pneumologo


Quando la tecnologia è un problema, 6 metodi contro il Tecnostress

Iperconnessi e logorati dall’eccesso di informazioni. Ne possono derivare problematiche di vario tipo, dall’ansia all’insonnia.

Le nuove tecnologie migliorano certamente la vita ma, a volte, possono anche peggiorarla. Soprattutto quando ci facciamo prendere la mano, fino a cadere in una sorta di dipendenza. Insomma, esiste un rischio tecnostress. Il termine è stato coniato nel 1984 dallo psicologo americano Craig Brod per definire una “moderna malattia dell’adattamento causata dall’incapacità di far fronte alle nuove tecnologie dell’informazione in modo salutare”.

 

Quel che è troppo… è troppo

Sono tanti gli italiani esposti al rischio tecnostress: secondo i dati del Politecnico di Milano e Assinform si contano ormai 7,3 milioni lavoratori digitali. Il sovraccarico di informazioni può generare stress, ansia, insonnia, stanchezza cronica, mal di testa, deficit di concentrazione, ecc.

«Inoltre – ci spiega il medico psicoterapeuta Maria Grazia Parisi – la sovraeccitazione nervosa, incrementata anche alla particolare luce emessa da questi strumenti, può essere scambiata dal cervello per una sorta di euforia da “caccia al tesoro”. L’euforia, in natura, è di solito connessa con un’azione di “predazione” che ha avuto successo e rappresenta una vera e propria ricompensa “chimica”: veniamo investiti da una valanga di endorfine, molecole euforizzanti che possono aprire la strada alla dipendenza». 

1

Time-out tecnologico

Per scongiurare il rischio tecnostress si consiglia di iniziare a spegnere il computer e andare a spasso (lasciando a casa lo smartphone). Al lavoro sensibilizziamo i colleghi e i capi sulla necessità di prendersi un break ogni tanto. L’anno scorso in Francia è stata promulgata una legge che impone alle aziende il divieto di mandare mail aziendali agli impiegati in orario extra-lavorativo.

2

Tecniche meditative e rilassamento muscolare

Prendere profondi respiri anti-stress, ma anche discipline come lo Yoga e il Tai chi possono aiutare. Altri strumenti: il rilassamento muscolare progressivo e le tecniche di attivazione corporea, così come la meditazione mindfulness (a computer spento…). 

3

Fiori di Bach

Impatiens per la sovraeccitazione nervosa; Vervain se procediamo verso la dipendenza e non riusciamo a rilassarci; Elm se ci sentiamo oppressi dal carico lavorativo digitale; Hornbeam per la stanchezza mentale; Heather se siamo spinti dal desiderio di colmare un vuoto attraverso la tecnologia.

 

4

Aiuto psicologico

Per combattere il rischio tecnostress rivolgiamoci a un professionista, psicologo o psicoterapeuta. 

5

Cognitive load management

Se ci sentiamo schiacciati dal carico di lavoro o dal continuo flusso di informazioni si può ricorrere a strategie che permettano di filtrare i contenuti per importanza cercando anche di massimizzare la loro comprensione. Al proposito Google ha rilasciato un’applicazione di posta elettronica che permette di raggruppare le mail in categorie (“Inbox”). E’ importante che anche le imprese lavorino in questo senso. 

6

Corsi specifici

Si organizzano corsi per sviscerare il rischio tecnostress e suggerire adeguate contromisure. Un corso è organizzato per esempio da Net Dipendenza onlus. 

Il rischio tecnostress si suddivide in realtà in 4 componenti.

- Techno-overload: si lavora sempre più velocemente e a lungo.

- Techno-invasion: non c’è scampo, si è sempre connessi e raggiungibili.

- Techno-complexity: sentiamo che le nostre competenze tecnologiche sono inadeguate. Siamo quindi forzati a spendere tempo per metterci alla pari ma non ci riusciamo mai.

- Techno-insecurity: ci sentiamo addirittura minacciati, pensiamo di poter essere sostituiti dalla tecnologie o da altre persone più brave di noi.

 

Sitografia: http://www.corrierecomunicazioni.it/; www.technostress.it/; Maria Grazia Parisi, www.fastreset.it

10 novembre 2017


Approfondimento Benessere

Giornalista professionista


Con l’autunno arriva anche la voglia di castagne

Benefici e proprietà di questo alimento perfetto per la stagione autunnale

Le castagne sono i classici simboli dell’autunno.  Arrostite, cotte al vapore, glassate e sottoforma di farina per creare dolci, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ma come possiamo consumarle per trarne i maggiori benefici? E in quale quantità? La Dottoressa Chiara Boscaro, Biologa Nutrizionista, risponderà per noi ad alcuni quesiti.

100 grammi di castagne corrispondono a circa 10 frutti e apportano 190 kcal se arrosto, 130 kcal se bollite, 280 kcal se secche. Sono ricche di carboidrati (circa il 45%), vitamine e sali minerali. Tra i sali minerali troviamo potassio, calcio, fosforo e ferro. Mentre per le vitamine possiamo contare sulla B1, la B2 e la B9 (acido folico), quest’ultima importantissima in gravidanza, per la prevenzione della spina bifida.

Le castagne inoltre sono alimenti adatti a chi soffre di celiachia, non contenendo glutine. Si possono preparare dolci sani contenenti farina di castagna, adatti a chi è intollerante al glutine. L’abbondante presenza di fibre, inoltre, aiuta a combattere la stitichezza e a ridurre il colesterolo.

Grazie al loro apporto calorico e al contenuto di sali minerali, le castagne sono adatte a chi si trova in un periodo di stress fisico o mentale, in caso di inappetenza o stanchezza, in quanto sono molto nutrienti e hanno un effetto tonico. Attenzione a chi è allergico al lattice, ai pazienti diabetici o a coloro che presentano colon irritabile, in questi casi le castagne sono sconsigliabili.

Infine ricordo che in un regime dietetico bilanciato possiamo inserire le castagne come spuntino, ricordandoci che sono ricche di nutrienti ma anche molto caloriche e se consumate in eccesso possono dare meteorismo. Meglio evitare i classici marron glaceé, che hanno ben 390 kcal per 100 grammi e puntare sulle classiche castagne arrostite o bollite. Un the caldo e 8/10 castagne, un paio di volte alla settimana, potranno rendere il pomeriggio autunnale più piacevole.

09 novembre 2017


Alimentazione Approfondimento

Biologa Nutrizionista


Cosa sono i superfood

Tantissimi benefici per il nostro benessere e la nostra salute grazie a questi alimenti

I cosiddetti superfood, o super alimenti, sono alimenti dai grandissimi benefici per la nostra salute, grazie all’alta concentrazione di nutrienti essenziali. Avrete già sentito parlare delle bacche di Goji, dei semi di chia o dello zenzero. Infatti, i superfood sono alimenti vegetali naturali che ci aiutano a condurre una vita più sana ed equilibrata.

Grazie alle tante proprietà dei nutrienti essenziali di questi alimenti, si può parlare di effetto di prevenzione per la nostra salute, miglioramento del nostro benessere – grazie all’aumento delle energie, delle capacità intellettive e fisiche e della nostra vitalità in generale.

Un modo efficace per integrare i superfood alla nostra dieta quotidiana è l’integrazione alimentare. Grazie all’integratore nutraceutico SUPERFOOD, contentente un matrix di frutta e vegetali studiato appositamente, ci si assicura un ottimo stato di salute.

Il Fruit and vegetables Matrix contenuto nell’integratore è composto di mirtillo rosso artico frutti, cocco polpa intera, clorella, olivo foglie (Olea europea L.), arance rosse di Sicilia, sambuco frutti, uva rossa semi, pomodoro, acerola, carote, tè verde foglie, pompelmo, papaia, broccoli, cavolo, ananas, fragole, cipolla, aglio, ciliegie, mela, zucca, cetriolo, ribes, mora, mirtillo e asparago, titolati (3,83%) in polifenoli.

Grazie a tutti questi cibi, si ottengono tantissimi benefici:

  • Contrastare i radicali liberi e proteggere dall’invecchiamento grazie ai polifenoli, il licopene, i flavonoidi e le vitamine
  • Migliorare la circolazione periferica e la vista grazie ai flavonoidi dei mirtilli, al betacarotene della zucca e la luteina di carote e pomodori
  • Favorire la formazione di collagene per il benessere di tessuti, cartilagini e pelle grazie alla vitamina C e ai bioflavonoidi (agrumi e papaia)
  • Abbassare colesterolo, trigliceridi grazie agli omega 3 e omega 6
  • Favorire il transito intestinale grazie alle fibre
  • Azione antibatterica della cipolla
  • Azione antinfiammatoria dell’ananas
  • Azione antitumorale del sulforafano presente nei broccoli e nel cavolo
  • Azione diuretica e detox di asparagi, clorella e cocco

06 novembre 2017


Alimentazione Approfondimento Salute

Farmacista esperta in nutrizione sportiva


I cambiamenti climatici e la salute della pelle

Come i cambiamenti climatici influiscono sulla salute della pelle: quali sono le conseguenza sulle patologie dermatologiche

I cambiamenti climatici e la salute della pelle: un tema che sta sempre più interessando la dermatologia mondiale, che si rende conto di quanto sia sempre più difficile assicurare una efficace cura della pelle a tutti (Skin care for all). Nella sua review, pubblicata sull’International Journale of dermatology, Louise Andersen, Department of Dermato-Venereology Aarhus University Hospital (Danimarca) sottolinea i punti fondamentali. 

I cambiamenti climatici determinanti per la salute della pelle mettono in primo piano i gas serra (CO2, metano, clorofluorocarbonati e ossido nitrico) accumulati nell’atmosfera. Da qui deriva l’aumento della temperatura di superficie, con una maggiore frequenza e intensità dei fenomeni climatici estremi: uragani e tempeste tropicali, siccità estreme o aumento dei livelli dei mari e inondazioni. Tutti fenomeni che modificano anche la distribuzione e il comportamento delle diverse specie animali, comprese quelle dannose per l’uomo.

Quasi tutte le principali malattie dermatologiche sono particolarmente sensibili ai cambiamenti climatici. Molta attenzione è stata per esempio dedicata al rapporto tra esposizione agli UV (per progressiva riduzione della protezione dello strato di ozono) e maggior rischio di carcinomi della pelle, oltre che delle profonde alterazioni della cute da invecchiamento precoce (photoaging).

Un gruppo di ricerca indiano, area mondiale che ben conosce tutte le conseguenze che, alle diverse latitudini, vengono provocate dai cambiamenti climatici, entra ancor più nel dettaglio: si conosce per esempio lo stretto rapporto tra esposizione agli UV e insorgenza di carcinomi delle cellule basali del derma (basaliomi), che rappresentano l’80% dei carcinomi della pelle diversi dal melanoma. Ancora più noto e stretto è il legame tra esposizione agli UV e la continua crescita dell’incidenza di melanoma, soprattutto nelle popolazioni caucasiche. 

La maggior frequenza di uragani e tempeste tropicali, dal canto suo, è un altro cambiamento climatico che, per la salute della pelle, si dimostra deleterio. Le più comuni malattie della pelle che aumentano dopo inondazioni e tempeste tropicali sono le infezioni, causate da batteri comuni, funghi, ma anche da agenti meno comuni, come micobatteri e altri. Si registra anche un picco di infezioni parassitarie (scabbia), e di allergie (eczema e orticaria papulare).

Non solo: i cambiamenti climatici favoriscono comunque la comparsa di alcune malattie infettive in aree che non presentavano condizioni favorevoli. Stafilococchi, Streptococchi e batteri Gram negativi trovano nei climi più umidi e caldi l’ambiente più favorevole all’attecchimento. 

Se poi si considerano fenomeni ripetuti, come El Niño, la dermatologia registra un picco di malattie causate da vettori diversi (zanzare, protozoi, zecche): Leishmania, malaria, Dengue; gli Stati Uniti hanno già registrato un aumento dell’infettività della malattia di Lyme o del virus del Nilo dell’Ovest, diffuso nella Florida del Sud.

Lo stesso aumento delle temperature influisce sull’equilibrio delle ghiandole sebacee e sudoripare: l’eccesso di produzione sebacea, unito alla sudorazione costante, facilita la comparsa di acne, o il suo peggioramento ed è negativo anche per malattie con eziologia più complessa, come la psoriasi.

E che dire del freddo estremo? Anche questo cambiamento climatico danneggia la pelle, soprattutto in chi soffre di neuropatie di varia origine e/o di alterazioni gravi della circolazione, come diabete e arteriopatia obliterante periferica. 

Bibliografia:

-Louise K. Andersen - Global climate change and its dermatological diseases - International Journal of Dermatology 2011, 50, 601–603

-Sanjiv Grover, Rajeshwari - Global warming and its impact on skin disorders -  Indian J Dermatol Venereol Leprol 2009;75:337-9

16 novembre 2017


Approfondimento Benessere

Giornalista professionista


Il sonno e la capacità antiossidante del nostro organismo sono correlati

Gli effetti della deprivazione di sonno e il ruolo antiossidante del sonno

Uno studio molto recente ha esaminato gli effetti di una notte di deprivazione di sonno sulla capacità antiossidante del nostro organismo

La rottura dell’equilibrio tra la formazione dei radicali liberi e i meccanismi di difesa antiossidanti messi in atto dal nostro organismo viene definita stress ossidativo. Lo stress ossidativo è alla base di diverse patologie tra le quali rientrano anche quelle neurodegenerative, per cui è di fondamentale importanza che il nostro organismo sia in grado di combattere i radicali liberi. Da uno studio molto recente è emersa la capacità del sonno di modulare i livelli di antiossidanti endogeni in grado di inattivare queste molecole reattive.

Le conseguenze di una notte di deprivazione di sonno sono molteplici. Uno studio del passato, effettuato su animali, ha evidenziato che la deprivazione di sonno causa l’aumento dei livelli di specie reattive dell’ossigeno (ROS). Un altro studio, invece, ha evidenziato il ruolo antiossidante svolto dal sonno, e quindi la sua capacità di eliminare i radicali liberi prodotti durante lo stato di veglia. 

Ma quali sono gli antiossidanti endogeni che il nostro organismo utilizza per contrastare i radicali liberi? Tra gli antiossidanti endogeni vi sono la catalasi, la superossido dismutasi ed il glutatione. Il glutatione (GSH) è un antiossidante endogeno essenziale, presente praticamente in tutte le cellule, il quale svolge un ruolo centrale nella protezione delle cellule stesse contro i danni prodotti dai radicali liberi, inoltre, la riduzione dei livelli di glutatione è utilizzata comunemente come markers dello stress ossidativo. L’energia necessaria per la sintesi del glutatione viene fornita dall’ATP, per cui qualsiasi alterazione del processo che porta alla sintesi di ATP determina l’alterazione della sintesi del glutatione con conseguente alterazione dello stato redox.

Gli studi del passato hanno esaminato gli effetti della deprivazione di sonno sulla capacità antiossidante sugli animali, mentre questo studio, molto recente, è stato effettuato sull’uomo.

Hanno partecipato a questo studio 19 individui adulti i quali sono stati sottoposti a specifiche analisi dopo una notte di sonno normale e dopo una notte di deprivazione di sonno. Le misurazioni plasmatiche hanno rivelato che, rispetto alla notte in cui i partecipanti hanno dormito normalmente, i livelli di ATP sono significativamente ridotti, questo potrebbe indicare un alterato funzionamento mitocondriale, come anche i livelli di cisteina, un amminoacido che rientra nella struttura del glutatione, di conseguenza anche i livelli di glutatione sono ridotti. Anche i livelli di cortisolo, che al mattino dovrebbero essere elevati, invece sono ridotti, come anche i livelli di omocisteina. Inoltre, è stato osservato che la deprivazione di sonno causa metilazione del DNA.

Tutte queste alterazioni, causate dalla deprivazione di sonno, influiscono sullo sviluppo di malattie neurologiche, tra le quali anche quelle neurodegenerative, per cui questa è un’altra prova a sostegno del fatto che il sonno è fondamentale per il nostro benessere e per la nostra salute.

Bibliografia: Trivedi MS, Holger D, Bui AT, Craddock TJA, Tartar JL. Short-term sleep deprivation leads to decreased systemic redox metabolites and altered epigenetic status. PLoS One. 2017 Jul
24;12(7):e0181978. doi: 10.1371/journal.pone.0181978. eCollection 2017.

14 novembre 2017


Approfondimento Disturbi del sonno

Biologo Nutrizionista esperto in problematiche del sonno


Le gengive segnalano il rischio diabete

Il grado di infiammazione gengivale si dimostra un segnale precoce e molto forte di diabete

Mantenere in salute il cavo orale previene con molto anticipo dal rischio di malattie croniche e degenerative. Se finora l’attenzione si è focalizzata sul rapporto tra infiammazione gengivale e rischio cardiovascolare e renale, uno studio recente svela molto di più: tra lo stato di salute delle gengive e il rischio diabete il legame è precoce e stretto.

La ricerca ha in questo caso valutato come cambiava il profilo glucidico del sangue nei soggetti con gengive sane rispetto a chi soffriva di periodontite (o parodontite, o parodontopatia, una volta nota come piorrea), cioè di quell’infiammazione dell’area attorno al dente che, se non curata, porta a sanguinamento, formazione di tasche gengivali in cui proliferano più facilmente i batteri, facilitando suppurazioni e ascessi e, in ultima analisi, la perdita dei denti (senza dimenticare una pesante alitosi).

Finora, infatti, è ben nota l’associazione inversa: i soggetti con diabete conclamato devono curare con attenzione moltiplicata l’igiene orale, perché il rischio di periodontopatia è elevatissimo. In questo studio, invece, si è considerata la situazione inversa e in modo pro-attivo, valutando cioè quanto la salute gengivale possa essere utilizzata come segnale precoce di diabete.

I ricercatori (olandesi) hanno incluso 313 persone che si erano rivolte in giorni successivi a una Clinica odontoiatrica universitaria, stabilendo per ognuna il grado di infiammazione gengivale e misurando la concentrazione di HbA12c (emoglobina glicata) nel sangue. 

La stretta connessione tra salute delle gengive e rischio diabete è emersa in modo chiaro: infatti il grado di infiammazione gengivale riscontrato si associava ad un progressivo aumento della concentrazione plasmatica di emoglobina glicata che, com’è noto, si correla in modo diretto con la presenza di malattia diabetica. Infatti i livelli di emoglobina glicata di chi aveva gengive sane erano in media pari a 5,7, crescevano a 6,1 (in media) nei soggetti con parodontite lieve-moderata e raggiungevano una media di 6,3 in caso di periodontite grave.

Per chi aveva gengive sane il rischio diabete si attestava all’8,5%, mentre risultava più che doppio (18,1%) nei casi gravi di parodontopatia ed era del 9,9% per i soggetti con malattia di grado lieve-moderato.

«Abbiamo dimostrato l’associazione diretta tra salute delle gengive e rischio diabete.Le parodontite, infatti, si dimostra un segnale precoce e molto forte anche di diabete, corroborato anche dall’aumento dell’emoglobina glicata». Va ricordato che la parodontite si previene prima di tutto con un’accurata e costante igiene orale, fatta di spazzolino e dentifricio almeno due volte al giorno, coadiuvati da filo interdentale (o scovolini) e da collutorio. 

Bibliografia:- Teeuw WJ, Koshko MXF, Poland DCW et al. Periodontitis as a possible early sign of

diabetes mellitus. BMJ Open Diabetes Res Care 2017, doi:10.1136/bmjdrc-2016-000326.

31 ottobre 2017


Approfondimento Prevenzione

Giornalista professionista


Quando il disturbo d'ansia diventa una malattia

Il disturbo d'ansia diventa una malattia quando trascende dall'essere una reazione a situazioni oggettivamente stressanti

Il disturbo d'ansia è normale se è una reazione a situazioni stressanti. Ma in altri casi è malattia

Il disturbo d'ansia è un'esperienza comune ed è solitamente assolutamente normale e naturale. Ciò accade quando il disturbo d'ansia non è altro che una reazione a una situazione che crea apprensione, ovvero una preoccupazione per ciò che potrà accadere in futuro.

Chiunque sperimenta un certo grado di ansia nell'imminenza di una prova da superare o all'annuncio di qualcosa che potrebbe cambiare le proprie condizioni di vita; per esempio, l'attesa dell'esito di un esame o il ricevimento di una raccomandata che potrebbe celare una multa o un atto giudiziario... In tal caso, un certo livello d'ansia è ragionevole e si parla quindi di "ansia reattiva". Solitamente questa reazione è transitoria e utile, perché mette in allarme tutte le nostre capacità di far fronte all'eventuale pericolo e adattarsi quindi a ciò che avverrà.

Talvolta però l'ansia è talmente forte da travalicare la normale reattività, divenendo persistente e scatenando paure eccessive e ossessioni. In questo caso l'ansia è negativa e invalidante perché ci "blocca", rispetto a quell'ansia positiva e normale, che ci aiuta a superare i problemi della vita.
Il disturbo d'ansia che diventa malattia può avere molte connotazioni: disturbo d'ansia da separazione, mutismo selettivo, fobie specifiche, disturbo d'ansia sociale, disturbo di panico, agorafobia (etimologicamente "paura della piazza", ossia disagio in ampi spazi aperti e ambienti non familiari) e disturbo d'ansia generalizzato.

I primi segnali

I primi segnali di una predisposizione all'ansia patologica possono comparire già durante l'infanzia, l'adolescenza e la prima età adulta. Sono inoltre più colpite le donne, con un'incidenza pressoché doppia rispetto agli uomini.
Spesso all'ansia patologica si associano altri problemi quali la depressione maggiore, l'abuso di alcol e altre sostanze e disturbi della personalità.

In ogni caso, il medico che deve riconoscere un tipo di ansia patologico non deve mai trascurare la diagnosi differenziale nei confronti di altre malattie dell'organismo delle quali l'ansia può essere un segnale. L'ansia potrebbe infatti essere un sintomo di malattie della tiroide, disturbi cardiaci e respiratori, e intossicazioni di farmaci o droghe.

Come si cura

Se il disturbo d'ansia è una malattia, come tale va curata, prima che divenga cronica. A tale riguardo si eseguono trattamenti psicologici, soprattutto del comportamento cognitivo, e trattamenti farmacologici. Tra i farmaci, sono efficaci le benzodiazepine e gli antidepressivi (quali gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e gli inibitori della serotonina-noradrenalina-serotonina), spesso usati in combinazione.

Bibliografia: Craske MG, Stein MB. Anxiety. Lancet 2017;388:3048-3059.

15 novembre 2017


Approfondimento Prevenzione Psicologia

Medico di base - Pneumologo


Lo stile di vita che protegge la fertilità

Dieta mediterranea ma anche stile di vita sano per preservare la fertilità femminile e maschile

Un corretto stile di vita ha effetti positivi su tutte le sfere della nostra salute, aiuta a prevenire diverse patologie e a mantenere una buona salute riproduttiva di uomini e donne. Vediamo in questo articolo i consigli per una coppia che pianifica o non esclude una gravidanza.

Un’alimentazione sana contribuisce al mantenimento del peso corporeo: sia una condizione di obesità che un’eccessiva magrezza sono considerate tra le cause di infertilità. Una regolare e moderata attività fisica e uno stile di vita non sedentario influenzano la composizione corporea, agendo sui fattori di rischio cardiovascolare, sono un modo per controllare il peso corporeo e garantire un buono stato di salute generale e riproduttiva.

Prima dell’inizio di una gravidanza, e durante i nove mesi, è bene prevedere una dieta varia ed equilibrata, consistente con il modello della dieta mediterranea, rispettando le frequenze di consumo dei diversi alimenti e preparando porzioni quantitativamente e qualitativamente bilanciate. 

Gli alimenti che non devono mancare a tavola sono frutta, sia fresca che secca, e verdura di stagione, ricche di fibre, aiutano a regolare la motilità e il transito intestinale; i carboidrati come la pasta, il riso, i cereali integrali; la carne, fonte di ferro e vitamina B12; il pesce, ricco di acidi grassi polinsaturi, tra cui il DHA (acido docosaesenoico), che aiutano il corretto sviluppo del sistema nervoso centrale del nascituro; le uova, fonti di proteine con alto valore biologico; i legumi, ricchi di proteine vegetali; il latte e i suoi derivati, fonti preziose di calcio e vitamina D; l’olio extravergine d’oliva, fonte di vitamina E e di acidi grassi monoinsaturi. Da limitare sono invece i dolci e tutte le bevande zuccherate; i condimenti e le preparazioni ricche in grassi; i formaggi; l’utilizzo del sale da cucina. 

Attenzione a parte va posta al ruolo di acido folico e folati nel periodo pre-concezionale. I folati sono un gruppo di composti con un ruolo fondamentale nei processi di divisione cellulare e crescita dei tessuti, il cui fabbisogno aumenta nella donna in gravidanza. Un basso livello di questi composti nella madre è un fattore di rischio per lo sviluppo di difetti del tubo neurale nel feto.

Per questo motivo, nelle donne in età fertile, si raccomanda la supplementazione di acido folico, abbinata a una dieta varia che comprenda alimenti che lo contengono, come le verdure a foglia verde (lattuga, broccoli, spinaci, asparagi…), carne in particolare le frattaglie e alcuni formaggi, entrambi però da non consumare frequentemente, legumi come fagioli e piselli, frutta secca come mandorle e noci, cereali integrali, agrumi.

Non solo l’alimentazione, ma anche lo stile di vita dovrà prevedere comportamenti sani, come l’eliminazione del fumo e degli alcolici. Entrambi sono fattori che incidono negativamente sulla fertilità, sia dell’uomo che della donna.

L’obiettivo è avere al momento del concepimento uno stato di salute generale e nutrizionale ottimale per favorire la buona crescita del feto. La coppia che decide di cercare una gravidanza può programmare attività nuove, da fare insieme, che favoriscano uno stile di vita attivo e sano, e una cucina equilibrata e allo stesso tempo gustosa.

13 novembre 2017


Alimentazione Approfondimento Salute

Biologa nutrizionista


Sindrome Metabolica: poco sonno e il lavoro a turni fattori a rischio

Lo studio che ha dimostrato la correlazione tra la sindrome metabolica e lo stile di vita

Da ricerche degli ultimi anni è emerso il ruolo svolto dal sonno nell’insorgenza di numerose patologie, tra queste rientra anche la sindrome metabolica ovvero una condizione clinica caratterizzata dall’insieme di più fattori che predispongono allo sviluppo di patologie cardiovascolari.

Uno studio recente pubblicato sulla rivista Sleep Medicine ha esaminato proprio gli effetti di vari fattori correlati allo stile di vita, come ad esempio la ridotta durata del sonno, il lavoro a turni e l’insufficiente numero di giorni di riposo, sullo sviluppo della sindrome metabolica.

Quando si parla di problemi riguardanti il sonno correlati al lavoro a turni si fa riferimento ai disordini del ritmo sonno-veglia ovvero a tutti quei disturbi caratterizzati dalla distruzione dell’orologio biologico che risiede all’interno dell’ipotalamo, il quale, integrando diversi segnali come l’alternanza luce-buio, digiuno-alimentazione e sonno-veglia, regola le nostre giornate.

Il lavoro a turni causa la distruzione di questo orologio biologico che viene definita cronodistruzione. Pensare di poter recuperare una notte di sonno persa dormendo durante il giorno successivo è impossibile in quanto il sonno diurno che segue una notte di lavoro è più leggero ed insoddisfacente di quello notturno.

Lo studio in questione ha esaminato lo stile di vita di 39.182 uomini giapponesi per un massimo di 7 anni. Questa analisi ha identificato diversi fattori, collegati allo stile di vita, che sono significativamente associati allo sviluppo della sindrome metabolica, tra questi:

  • la ridotta durata del sonno (inferiore a 5 ore al giorno),
  • il lavoro a turni,
  • l’insufficiente numero di giorni di riposo,
  • l’aumento del senso di fame che è causato, come dimostrato da studi del passato, dalla riduzione dei livelli di leptina - l’ormone che ci impedisce di mangiare - e l’aumento dei livelli di grelina - l’ormone che, invece, aumenta il senso di fame - e che in chi dorme poco aumenta la suscettibilità nei confronti degli alimenti ricchi di zucchero, come ad esempio i dolciumi;
  • la ridotta attività fisica, causata dalla stanchezza che segue una notte di lavoro,
  • il consumo di alcool maggiore o uguale a 60g al giorno 
  • il fumo. 

La sindrome metabolica purtroppo è una condizione che caratterizza la società moderna e, come già detto, è causa di malattie cardiovascolari, per cui, per prevenire questa sindrome, tra le altre cose, bisognerebbe prestare attenzione alle ore che dedichiamo al sonno; per quanto riguarda, invece, i turnisti, bisognerebbe fornirgli tutte quelle informazioni necessarie ad evitare comportamenti errati che possono mettere a rischio la propria salute.

Bibliografia: Osamu Itani, Yoshitaka Kaneita, Mikiko Tokiya, Maki Jike, Atsushi Murata, Sachi Nakagome, Yuichiro Otsuka, Takashi Ohida. Short sleep duration, shift work, and actual days taken off work are predictive life-style risk factors for new-onset metabolic syndrome: a 7-year cohort study of 40,000 male workers. http://dx.doi.org/10.1016/j.sleep.2017.07.027.

Kristen L. Knutson, PhD, Karine Spiegel, PhD, Plamen Penev, MD, PhD, and Eve Van Cauter, PhD. The Metabolic Consequences of Sleep Deprivation. Sleep Med Rev. 2007 Jun; 11(3): 163–178.

McNeil J, Doucet É, Chaput JP. Inadequate sleep as a contributor to obesity and type 2 diabetes. Can J Diabetes. 2013 Apr;37(2):103-8. doi: 10.1016/j.jcjd.2013.02.060. Epub 2013 Apr 23.

Brondel L, Romer MA, Nougues PM, Touyarou P, Davenne D. Acute partial sleep deprivation increases food intake in healthy men. Am J Clin Nutr. 2010 Jun;91(6):1550-9. doi: 10.3945/ajcn.2009.28523. Epub 2010 Mar 31.

07 novembre 2017


Alimentazione Approfondimento Disturbi del sonno

Biologo Nutrizionista esperto in problematiche del sonno



La ginnastica aerobica

Sviluppa forza e flessibilità e fa bene a cuore e vasi

L’aerobica nasce dal lavoro di un medico militare americano: il tenente colonnello Kenneth Cooper, autore del best seller “Aerobics” (1968).
L’ufficiale si accorge che uomini molto muscolosi arrancano e perdono forza non appena si impegnano in una corsettina. Prepara così un programma di “aerobica” prima per i cadetti dell’aeronautica, poi per tutti gli americani.

Manca ancora, però, una componente essenziale: il divertimento. Il vero momento di svolta si ha con Jackie Sorensen nei primi anni Settanta, la prima a riempire le palestre di donne in calzamaglia scatenate al ritmo dance. Nasce l’era della ginnastica aerobica, che conquisterà dapprima la upper class e poi via via penetrerà in tutti gli strati sociali. Tra le più famose interpreti Jane Fonda, che, dopo le proteste contro la guerra in Vietnam, legherà per sempre il suo nome alla ginnastica aerobica.

La ginnastica aerobica migliora il funzionamento cardiovascolare, la forza e la flessibilità

La ginnastica aerobica è una forma di esercizio fisico che si può eseguire in piedi o a terra, anche utilizzando piccoli pesi e strumenti come lo “step”. Negli anni le varietà di ginnastica aerobica si sono moltiplicate, ma tutte si incentrano su sequenze ritmiche, spesso dettate dalla musica.


La ginnastica aerobica si pone l’obiettivo di migliorare la flessibilità, la forza muscolare e il fitness cardiovascolare, ma può essere adottata anche per favorire il dimagrimento. Di norma le sessioni si svolgono in diverse fasi: riscaldamento, condizionamento cardiovascolare, esercizi per i vari gruppi muscolari, raffreddamento, stretching e lavoro sulla flessibilità. L’intensità della ginnastica aerobica può e deve essere adattata al grado di forma fisica di ciascuna persona.

La ginnastica aerobica migliora il funzionamento cardiovascolare, la forza e la flessibilità

La ginnastica aerobica è una disciplina sportiva riconosciuta dalla Federazione ginnastica

Oggi vari tipi di ginnastica aerobica fanno parte dei pacchetti fitness proposti da numerose palestre. Mentre un tempo erano diffuse le videocassette per praticarla autonomamente a casa riproducendo i movimenti degli istruttori, oggi si può fare altrettanto seguendo appositi corsi sul web.
La ginnastica aerobica, a partire dagli anni Ottanta, si è evoluta anche come disciplina sportiva tanto che in Italia è riconosciuta dalla Federazione ginnastica.


Le competizioni si suddividono in varie categorie (dagli allievi ai senior; individuale, in coppia, trio e gruppo). Come accade, in parte, a livello dilettantesco, con la ginnastica aerobica ci si cimenta con un'attività ad alta intensità accompagnati dalla musica, inserendo man mano difficoltà di vario genere e spunti originali. Nelle competizioni il punteggio tiene conto sia della “pulizia” esecutiva sia delle caratteristiche artistiche della prova.

Fonti:http://www.federginnastica.it/, Kenneth Cooper, Aerobics, 1968, Jackie Sorensen, http://www.jackis.com/

29 luglio 2016


Approfondimento Fitness

Giornalista professionista


Come e perché fare il test di kinesiologia

Il test di kinesiologia valuta la nostra risposta muscolare, emozionale ed energetica

Come e perché fare il test di kinesiologia

In ogni secondo della nostra vita noi ci muoviamo nello spazio: spesso anche quando dormiamo. È la nostra condizione naturale essendo dotati di un corpo. Questo semplice fatto potrebbe condizionare la qualità di vita e la salute. Un test di kinesiologia può dirci, in base ai principi di questa disciplina, se tutto sta procedendo per il meglio e suggerirci eventuali correzioni.

Come e perché fare il test di kinesiologia

Il test di kinesiologia è la base della kinesiologia applicata, una disciplina olistica

Prima di parlare del test di kinesiologia è opportuno, però, fare una distinzione. Esistono, infatti, due tipi di kinesiologia. Vediamoli.

1 - La prima si basa su un paradigma scientifico che coniuga ortopedia, biomeccanica, neuroscienze e anche medicina dello sport. Si applica in diversi ambiti, anche in riabilitazione. In sostanza, è lo “studio del movimento”, come descritto dall'etimologia del termine, ma le implicazioni riguardano anche l'aspetto cognitivo, emotivo e relazionale. In Italia, questa specializzazione è propria soprattutto dei diplomati ISEF, dei laureati in Scienze motorie ma non ne è ancora consentito l'uso per fini sanitari.

2 - La seconda, cui spesso ci si riferisce quando si parla di “kinesiologia applicata”, è un metodo basato sul test di kinesiologia ideato negli anni Sessanta del secolo scorso dal chiropratico americano George Joseph Goodheart, scomparso pochi anni fa. Da molti è considerata una terapia alternativa.

Lo scopo della kinesiologia applicata rientra nel paradigma olistico e si prefigge, in primo luogo, di migliorare il benessere dell'individuo. Negli anni la disciplina si è frammentata in più scuole e orientamenti, tuttora in continua evoluzione.

Il test di kinesiologia in prima battuta valuta le risposte fisiche e muscolari

Il test di kinesiologia è il punto di partenza ma cambia molto in base alle due scuole. In kinesiologia si tratta di un esame muscolare principalmente finalizzato alla valutazione delle risposte fisiche e muscolari (ma non solo). In base ai risultati del test di kinesiologia si prescrivono vari tipi di interventi, come fitness aerobica e anaerobica o esercizi finalizzati a promuovere la neuroplasticità, a migliorare l'equilibrio, la flessibilità e la forza muscolare.

Sono stati segnalati riscontri positivi della kinesiologia applicata anche in ambito preventivo, per esempio per le malattie dell'apparato cardiovascolare, i disturbi metabolici (come il diabete) e le alterazioni dell'umore.

Il test di kinesiologia in prima battuta valuta le risposte fisiche e muscolari

Il test di kinesiologia valuta anche risposte emozionali ed energetiche

Nella forma applicata, si valutano le risposte del test di kinesiologia a diversi tipi di stimoli (pressori ma anche di tipo nutrizionale) non solo sul muscolo o a livello fisico ma - in alcune interpretazioni - persino sull'aspetto emozionale o energetico. Rispetto all'altra scuola, lo stimolo (pressione) è in genere più leggero e la lettura del test si concentra su molteplici aspetti, fino a determinare il grado di stress cui è sottoposto il paziente o squilibri su vari tipi di sistemi.

Considerando il responso ne deriveranno vari tipi di consigli, a seconda della formazione del kinesiologo: in passato, e anche oggi, si sono interessati a questa disciplina professionisti di varia estrazione, principalmente naturopati, fisioterapisti, nutrizionisti e anche alcuni medici. Per la scelta è importante sapere di che cosa si sta parlando quando di parla di test di kinesiologia.

13 settembre 2016


Approfondimento Fitness

Giornalista professionista


Spuntino della Buonanotte? Sì grazie! Ma solo in alcuni casi

Cosa mangiare in caso ci venga fame prima di andare a dormire

Capita spesso che qualche ora dopo cena molte persone abbiano voglia di “qualcosa di dolce” oppure un po’ di fame residua. Cosa fare a quel punto? Resistere fino al mattino o cedere alla tentazione? Cosa fare per vincere questa sensazione di fame, che affligge il 45% delle persone prima di andare a letto?

I consigli

Se la fame non è così forte, il consiglio e di consumare una buona tisana rilassante, a base di camomilla o melissa. A volte si tratta più che altro di una fame “nervosa”, indotta da noia o stress.

Se invece la fame è molto intensa, consiglio uno spuntino leggero, sgranocchiando delle verdure come finocchi, carote o sedano, oppure una manciata (30 grammi) di frutta secca o semi oleosi.

In ogni caso cerchiamo di non cenare troppo tardi e coricarsi subito dopo, in quanto potrebbero verificarsi problemi digestivi come reflusso e pesantezza di stomaco. Tutto questo può portare a difficoltà di ottenere un buon sonno ristoratore oltre che portare a lungo termine anche a obesità e problemi respiratori notturni.

Lo stress e la stanchezza abbassano i livelli di melatonina prodotta dal nostro corpo, portando a risvegli notturni e aumento dell’appetito.

Una buona cena leggera ma ricca in fibra è quello di cui abbiamo bisogno per avere un buon riposo e prevenire problemi digestivi e respiratori dovuti ad un’alimentazione sbilanciata.

In caso di dubbi sull'alimentazione, si consiglia un consulto nutrizionale da uno specialista.

23 giugno 2017


Alimentazione Approfondimento Disturbi del sonno

Biologa Nutrizionista


La torta allo yogurt e cioccolato iperproteica

Una torta sfiziosa ma con un apporto extra di proteine: la ricetta HP

Soddisfare i bisogni nutrizionali non significa rinunciare al gusto: con gli integratori iperproteici è facile rendere ogni ricetta buona e sana. Vediamo oggi la ricetta della Torta allo yogurt e cioccolato HP.

 

Tempo di preparazione: 10 minuti

Tempo di cottura: 30 minuti

Ingredienti:

Preparazione:

- Versare il contenuto di un vasetto di Cremeline HP cioccolato in una pirofila

- Aggiungere uno per volta gli altri ingredienti (zucchero, farina, uovo e olio)

- Imburrare e infarinare una tortiera

- Versare la preparazione

- Cuocere a 180°C per 30 minuti

Fonti: Nutrisens

19 aprile 2017


Alimentazione Approfondimento


Ridurre il rischio di ictus con le uova

Tre uova alla settimana, fino a un massimo di 7, per proteggere la nostra salute dai rischi di ictus.

Le uova sul rischio di ictus sembrano esercitare un effetto protettivo. Infatti, hanno al loro attivo molti vantaggi: sono poco costose, versatili in cucina, gradite a tutte le classi di età e facili da consumare.

Ma soprattutto sono alimenti ricchi di nutrienti positivi: proteine di alto valore biologico (cioè più facilmente assorbite dall’organismo e con tutti gli aminoacidi che occorrono), vitamine, antiossidanti, minerali e acidi grassi essenziali, che l’organismo non è in grado di sintetizzare.

Il consumo di uova, però, è stato penalizzato nei decenni passati dal contenuto di colesterolo, pari a 300 mg per ogni tuorlo. Invece questo studio, che ha analizzato i risultati delle maggiori ricerche condotte fino al 2015 sul rapporto tra uova e salute vascolare, mette in luce un’associazione rassicurante: il consumo di uova ridurrebbe il rischio di ictus, sia di tipo ischemico (cioè da riduzione del calibro delle arterie cerebrali), sia emorragico (cioè per rottura di un’arteria).

La ricerca

Pubblicata sul Journal of the American College of Nutrition, la metanalisi precisa che il rischio globale di ictus risulta ridotto del 12% tra le persone che consumano più di 2 uova nell’arco della settimana, rispetto a chi ne consuma solo 2, o meno di 2.

La protezione maggiore esercitata dalle uova sul rischio di ictus globale, sia ischemico, sia emorragico, appare associato a un consumo di tre uova a settimana o poco più.

Ma c’è di più. Analizzando anche gli effetti di un consumo quotidiano di uova è emerso che, fino a un massimo di 7 uova a settimana, non si mette in luce alcun effetto negativo sul rischio di cardiopatia ischemica coronarica, come l’infarto miocardico. Un dato più che tranquillizzante e che la scienza ha già spiegato: infatti c’è una scarsissima correlazione tra assunzione di colesterolo alimentare e livelli di colesterolo LDL che, com’è noto, è un fattore di rischio di aterosclerosi.

Questa metanalisi, in conclusione, conferma non solo quanto le uova siano una risorsa di primo piano per un’alimentazione completa ed equilibrata a costi contenuti, ma anche che il loro consumo regolare non comporta alcun rischio per il cuore.

Bibliografia:Alexander DD, Miller PE, Vargas AJ, et al. - Meta-analysis of Egg Consumption and Risk of Coronary Heart Disease and Stroke - J Am Coll Nutr. 2016 Oct 6:1-13.

04 maggio 2017


Alimentazione Approfondimento

Giornalista professionista


Il tiramisù Fragola e Vaniglia con Cremeline

Una variazione alla ricetta classica del tiramisù, grazie all'integratore Cremeline

Una ricetta del tiramisù alle fragole che integra proteine e calorie, mantenendo gusto e consistenza intatti. Vediamo subito gli ingredienti e il procedimento.

 

Tempo di preparazione: 10 minuti

Ingredienti per 1 persona: 

  • 1 vasetto da 125gr di Cremeline Vaniglia
  • 30gr di biscotti secchi sbriciolati
  • 50gr di fragole
  • Foglia di menta
     

Preparazione

- Prendere un bicchiere da portata e provi un primo strato di biscotti secchi sbriciolati

- Aggiungere come secondo strato la metà di un vasetto di Cremeline Vaniglia

- Aggiungere come terzo strato le fragole tagliate a fettine

- Completare il dolce con la seconda metà del vasetto di Cremeline Vaniglia

- Come decorazione, aggiungere una foglia di menta

Cremeline è una crema iperproteica (12,5gr di proteine per vasetto) ed ipercalorica pronta all'uso, ideale in ogni momento della giornata. E' indicata nei casi di aumentato fabbisogno calorico-proteico e diminuzione del volume della massa muscolare. 

Fonti: Nutrisens

08 maggio 2017


Alimentazione Approfondimento


Come riconoscere la disfagia

Difficoltà di deglutizione? Individuare i sintomi è il primo passo verso il trattamento della disfagia

Cos'è la disfagia

La deglutizione è l’atto fisiologico con cui il bolo alimentare o il sorso liquido viene sospinto dalle fauci nella faringe e poi nell’esofago, fino allo stomaco.  E’ un processo complesso che implica l’attivazione di circa 28 gruppi muscolari appartenenti a bocca, lingua, faringe, laringe ed esofago in un lasso di tempo di 10- 11 secondi, in una rigida sequenza temporale.

Eventuali errori in tale sequenza comportano rischi anche mortali per l’individuo e, per tali ragioni, la deglutizione può essere suddivisa in due fasi: la prima di natura volontaria mentre la seconda di natura riflessa e peristaltica. Si intuisce quindi come la deglutizione sia un processo che, una volta innescato, è inarrestabile e per tale ragione si dice che la deglutizione è un fenomeno del tipo “tutto o nulla”. 

L’insieme delle alterazioni che possono insorgere durante il processo deglutitorio può essere racchiuso in un'unica parola: disfagia.

La disfagia è definita come un’alterazione qualitativa e/o quantitativa della deglutizione e quindi non configurata come malattia con eziologia, patogenesi ed evoluzione proprie, ma come un segno o un sintomo di un’altra patologia.

Attualmente, sempre più spesso viene considerata come una patologia a sé stante con un’eziologia, un decorso ed un trattamento specifici. La malattia causante non è necessariamente una patologia riguardante l’apparato deglutitorio, ma può essere una disfunzione anatomo-funzionale sistemica o localizzabile anche a distanza dagli effettori della deglutizione.

In quanto alterazione generalizzata della deglutizione, la disfagia può riguardare l’assunzione di soli cibi solidi, semisolidi, semiliquidi, liquidi oppure una combinazione qualsiasi delle precedenti consistenze; questo disturbo può presentare un carattere persistente dal momento della sua insorgenza oppure saltuario e dipendente dal riacutizzarsi della malattia. 

Cos'è la disfagia

I sintomi della disfagia

La disfagia è un disturbo plurisintomatico che può causare problemi sia a livello locale, degli organi coinvolti nel processo deglutitorio, sia a livello sistemico. La sintomatologia risulta essere differente a seconda che si parli di disfagia orofaringea o di disfagia esofagea.

 

Volendo classificare i sintomi, per quanto riguarda quelli legati al pasto avremo:

  • difficoltà ad iniziare l’atto deglutitorio,
  • allungamento dei tempi di deglutizione,
  • più deglutizioni per singolo boccone,
  • difficoltà a masticare o allungamento dei tempi di masticazione,
  • persistenza di residui alimentari nel cavo orale,
  • modificazione spontanea della consistenza degli alimenti,
  • assunzione involontaria di posture di protezione durante il pasto.
     

Per quanto riguarda invece le problematiche vocali abbiamo:

  • il linguaggio mal articolato,
  • le fascicolazioni della lingua e raucedine,
  • voce debole o gorgogliante.
     

Per quanto riguarda infine le problematiche di salute vi sono:

  • alterato livello di coscienza,
  • una tosse involontaria ritardata o assente,
  • alterazioni della sensibilità orale,
  • scialorrea,
  • rigurgiti nasali,
  • odinofagia,
  • dolore toracico,
  • infezioni polmonari, 
  • sospetto di polmonite ab ingestis

Fonti: Alberto Bozzolan - Nutrisens Italia

29 maggio 2017


Alimentazione Approfondimento Salute


Il gelato può essere un pasto salutare?

Quale gusto scegliere per un opzione più salutare, ricca di nutrienti. La risposta dell'esperto.

Domanda all’esperto:

"Arriva l’estate…ma che buono il gelato alla crema! O meglio scegliere quello alla frutta? Quali sono le differenze?Il gelato può sostituire un pasto?"

 

Risponde la Dr.ssa Chiara Boscaro (Biologa Nutrizionista):

Il gelato è un alimento completo e facilmente digeribile, ricco di vitamine e sali minerali. Una coppetta di 2 palline di gelato alla frutta apporta circa 70 kcal, contro le 120 kcal della stessa porzione di un gelato alla crema (i più calorici sono i gusti nocciola e pistacchio).

Il gelato alla frutta si differenzia dal gelato alla crema per l’assenza di grassi animali come latte e uova, spesso contiene solo acqua, zucchero e frutta disidratata. In questo modo si riducono notevolmente le calorie.

Consiglio di consumare un fresco gelato alla frutta come spuntino alternativo alla frutta, e non come sostituto di un pasto completo. 

 

Non sai come integrare il gelato nella tua alimentazione? Scopri le modalità più indicate insieme ad un esperto! 

 

01 giugno 2017


Alimentazione Approfondimento

Biologa Nutrizionista


Meno sale nei pasti quotidiani, meno risvegli notturni

Ridurre la quantità di sale permette un riposo più tranquillo, diminuendo il numero di risvegli notturni per andare in bagno

Ridurre la sapidità dei pasti permette, dopo i 60 anni, di dormire sonni più tranquilli, limitando gli stimoli a urinare. Meno sale, meno risvegli notturni dai 60 anni in poi: questa l’indicazione che emerge dalla ricerca presentata a Londra, durante il Congresso della Società Europea di Urologia.

Che una maggiore attenzione al sale aggiunto ai piatti potesse dare sonni più sereni, soprattutto con l’avanzare dell’età, era intuibile. Ma i ricercatori dell’Università nipponica di Nagasaki hanno voluto quantificare il rapporto virtuoso tra cibi meno sapidi di sale consumati durante il giorno e riduzione sia della frequenza dei risvegli notturni, sia del volume di urina emesso nella notte.

Ecco che, per verificare se, tra sale e risvegli notturni dopo i 60 anni, ci sia un rapporto così diretto, il gruppo di Matsuo Tomohiro ha coinvolto 321 tra uomini e donne, con un’età media di 64,3 anni, che avevano dichiarato di assumere più di 8,0 g/die di sale se uomini e oltre 7,0 g/die di sale se donne. Tutti sono stati coinvolti perché lamentavano nicturia (alta frequenza notturna di risvegli per urinare). Tutti i partecipanti sono stati seguiti per 12 settimane, con un programma personalizzato volto alla riduzione dell’apporto di sale nell’arco della giornata e misurando volume dell’urina e frequenza degli stimoli notturni.

Al termine dello studio, il 65% dei soggetti era riuscito a ridurre l’apporto di sale quotidiano, da una media di 10,7 g/die a 8,0 g/die. In parallelo, tutti questi soggetti hanno visto ridursi il numero di risvegli notturni, da oltre 2 volte, a poco più di 1 volta. A confermare il legame tra apporto quotidiano complessivo di sale e risvegli notturni ecco la controprova: nei 98 soggetti che, a dispetto delle raccomandazioni e del supporto, hanno aumentato l’apporto di sale fino a una media di 11,0 g/die, anche la frequenza degli stimoli notturni a urinare è cresciuta, da 2 volte a notte a ben 3.

Sottolinea Tomohiro: «È la prima volta che la correlazione tra apporto di sale con l’alimentazione quotidiana e nicturia viene esaminato, ma sono convinto che studi più ampi non faranno che confermare questa associazione. La nicturia è un problema reale, soprattutto man mano che l’età avanza.

Tra l’altro, sappiamo bene che il sonno degli anziani è già più fragile e che qualunque interruzione non fa che peggiorare la qualità complessiva del riposo, ripercuotendosi sulla vita di tutti i giorni».

Lo studio ha infatti valutato anche il punteggio di QoL (Quality of Life), cioè Qualità della Vita, dimostrando che, nei soggetti in cui c’era stata una buona riduzione del sale, il punteggio della QoL era migliorato significativamente.

Il commento conclusivo di Marcus Drake, Professore di Fisiologia Urologica all’Università di Bristol (UK) focalizza proprio la novità della ricerca: «Finora, abbiamo raccomandato ai nostri pazienti afflitti da nicturia di limitare l’apporto di acqua nelle ore serali. Questa ricerca apre una prospettiva diversa, sottolineando un aspetto nuovo: l’associazione pericolosa tra quantità quotidiana di sale e risvegli notturni correlati all’aumento degli stimoli a urinare».

05 giugno 2017


Alimentazione Approfondimento

Giornalista professionista


Ricette iperproteiche: isola galleggiante

Un desserto fresco per l'estate che soddisfa le esigenze nutrizionali iperproteiche e ipercaloriche

Durante la stagione estiva non c'è nulla di meglio di un dessert fresco e gustoso: l'isola galleggiante è facile e veloce da preparare e soddisfa i gusti di tanti!

 

Tempo di preparazione: 20 minuti

Tempo di cottura: 30 secondi

 

Ingredienti per 8 persone:

  • 4 Hyperdrink Vaniglia
  • 200ml di latte
  • 9 albumi
     

Preparazione:

- Per la crema inglese HP, mescolare i 4 Hyperdrink con i 200ml di latte
- Montare a neve gli albumi in un recipiente adatto alla cottura al microonde
- Porre gli albumi al microonde per 30 secondi circa ad una potenza di 350 Watt
- Se non sono sufficientemente solidi, porli per altri 20 secondi
- Quando gli albumi saranno abbastanza solidi, porli nel piatto da dessert sul letto di crema inglese

12 giugno 2017


Alimentazione Approfondimento

Nell'alimentazione il segreto per dormire meglio

Un pezzo di cioccolato fondente per un sonno ristoratore

Secondo quanto suggerisce uno studio delle Università di Edimburgo e Cambridge, pubblicato sulla rivista Nature, per poter trascorrere una notte davvero riposante, si può mangiare un pezzetto di cioccolato fondente, sempre senza esagerare.

Questo buonissimo alimento, infatti, è ricco di magnesio, un minerale essenziale che fa ‘correre’ l’orologio biologico, che regola i ritmi sonno-veglia, con i tempi giusti. In questo modo possiamo assicurarci un sonno di migliore qualità.

Dove trovare il magnesio

Sebbene siano disponibili degli integratori, il suggerimento della Dr.ssa Chiara Boscaro, biologa nutrizionista, è di assumerne la quantità giusta proprio tramite l’alimentazione. Oltre al cioccolato fondente, lo contengono anche, ad esempio, pesce, banane, avocado yogurt, frutta secca e verdure a foglia verde.

La rilevanza clinica del magnesio nei diversi tessuti sta cominciando sempre più ad attirare l’attenzione, in particolare il modo in cui regola l’orologio interno del nostro corpo e il metabolismo. 

16 giugno 2017


Alimentazione Approfondimento Disturbi del sonno

Biologa Nutrizionista


Il piatto unico offre più di un vantaggio alla salute

Come comporre il piatto unico e quando consumarlo

Grazie a una composizione bilanciata e gustosa, il piatto unico è un vantaggio per la salute: soddisfa il palato nell’immediato, ma soprattutto mette in moto più facilmente quel senso di sazietà che permette di arrivare al pasto successivo con la giusta sensazione di fame. Lo conferma Marisa Porrini, docente di Nutrizione applicata, Dipartimento di Scienze per gli Alimenti, la Nutrizione e l’Ambiente dell’Università di Milano:

«La sazietà è un meccanismo complesso che si realizza nel cervello, dove vengono integrati gli stimoli sensoriali (gusto) e psicologici (aspetto, scelta, anticipazione) indotti dal cibo. Sappiamo che la sazietà ha una fase immediata, su cui si regola l’entità del pasto che viene consumato in quel momento, seguita da una fase a lungo termine, regolata dai tempo di digestione e dal metabolismo e che definisce la lunghezza degli intervalli tra un pasto e l’altro, riducendo il senso di fame e la necessità di “snacking” compulsivo».

Che cosa ostacola questo semplice processo? La continua offerta di cibo allettante, troppo ricco di energia, ma che non promuove la sazietà a lungo termine. «Confrontiamo 100 calorie di un dolcetto (cibo ad alta densità energetica) e 100 calorie di un piatto di insalata (cibo a bassa densità emergetica)» chiarisce Porrini.

«Cento calorie di un dolcetto sono una quantità mimina, che viene consumata in pochi minuti e lascia spazio alla “voglia” di un secondo dolcetto; non così per 100 calorie di un piatto d’insalata, una quantità di alimento consistente e non troppo allettante così com’è, ma che possiamo rendere non solo appetitoso, ma anche saziante».

 

Ecco perché l’insalata è un ben noto punto di partenza per un piatto unico dai molti vantaggi per la salute: l’aggiunta di altri vegetali (carote, pomodori, mais, cipolle, peperoni crudi, olive, semi, legumi), aggiungere proteine (pesce, o formaggio, o carne bianca, o più raramente salumi), condire con un filo d’olio, fornisce un apporto calorico bilanciato per un pasto di mezzogiorno e stimola sia la soddisfazione immediata sia la sazietà a lungo termine.

«I vegetali stimolano la distensione gastrica, primo fattore che promuove la sazietà immediata; la varietà degli altri ingredienti stuzzica la parte sensoriale soddisfacendola in modo graduale e prolungando nel tempo la sensazione di pasto saziante».

 

I tempi di digestione del piatto unico sono un vantaggio per la salute, anche perché permettono di assimilare con maggior lentezza i diversi componenti. Un fattore decisivo soprattutto se pensiamo al piatto unico di pasta, o alla fetta di pizza. «Se ai carboidrati di base si aggiungono pomodoro, olio, verdure, oppure formaggio, o pesce, o carne, o legumi (pasta e ceci, pasta e lenticchie, pasta e fagioli) si compone un piatto unico che soddisfa il gusto immediato e che va a tutto vantaggio del controllo della glicemia, perché i tempi di digestione sono rallentati e l’insulina non viene stimolata in modo immediato e massiccio» ricorda Livia Augustin, del Clinical Nutrition and Risk Factor Modification Center, St. Michael’s Hospital, Toronto (Ontario, Canada).

La distensione gastrica è assicurata, così come il senso di sazietà a lungo termine. «Ancora: perché non optare per una pasta integrale? In questo modo non solo si controlla meglio la glicemia, ma si forniscono anche vitamine e minerali assenti nei cereali raffinati».

Fonti: http://www.nutrition-foundation.it/upload/FrontEnd/doc_0fadcf83-c2d4-4d65-9d93-fa225f8d69dd.axd

02 dicembre 2016


Alimentazione Approfondimento

Giornalista professionista


Le differenze tra Omega 3 e Omega 6

Diversi meccanismi d'azione, ma entrambi fondamentali

I grassi polinsaturi Omega 3 e Omega 6 sono sempre più protagonisti della prevenzione, soprattutto di quella cardiovascolare. Occorre però conoscere le differenze tra Omega 3 e Omega 6, per capire come mai è opportuno che questi grassi non manchino mai sulle nostre tavole. «L’associazione tra il consumo costante di questi grassi in quantità adeguate e la salute complessiva (a partire da quella di cuore e arterie) è ormai familiare a tutti, anche se non tutti conoscono le caratteristiche che li rendono entrambi indispensabili» spiega Andrea Poli, presidente di Nutrition Foundation of Italy.

Che cosa sono gli acidi grassi Omega 3 e Omega 6

Sia gli Omega 3 sia gli Omega 6 sono acidi grassi polinsaturi (Poly Unsaturated Fatty Acid, PUFA): hanno una struttura chimica diversa tra loro, ma ugualmente flessibile, che li rende fluidi. Gli acidi grassi saturi, invece, hanno una struttura chimica non flessibile. Proprio la fluidità della struttura è essenziale per gli effetti positivi riscontrati con il loro consumo abituale.

Omega 3 e Omega 6 sono definiti grassi essenziali, perché l’organismo non riesce a sintetizzarli; per questo devono essere continuamente introdotti con l’alimentazione.

Che cosa sono gli acidi grassi Omega 3 e Omega 6

Questi grassi allontanano i fattori di rischio cardiocircolatori

Le differenze tra Omega 3 e Omega 6 per quanto riguarda la loro struttura fanno sì che la loro azione sia complementare e non intercambiabile. Entrambi svolgono la loro parte per mantenere efficienti le membrane cellulari, a cominciare da quelle del sistema nervoso e del muscolo cardiaco.

Inoltre, utilizzando sia gli Omega 3 sia gli Omega 6, l’organismo sintetizza altre molecole, che aiutano a tenere sotto controllo i principali fattori di rischio per malattie di cuore e vasi (macrocircolo e microcircolo), metaboliche (diabete) o complesse, come la sindrome metabolica (insieme di obesità, diabete, ipertensione): dislipidemia, pressione arteriosa elevata, scarsa elasticità dei vasi sanguigni ed eccessiva aggregazione piastrinica.

Dove si trovano gli Omega 3

Per assumere con la dieta quantità adeguate di Omega 3 e Omega 6 le differenze tra le fonti alimentari sono fondamentali. «Gli Omega 3 sono i grassi polinsaturi più antichi, presenti già negli organismi marini: gli Omega 3 del pesce (EPA e DHA) hanno una struttura chimica più lunga rispetto agli Omega 3 di derivazione più recente, presenti nel mondo vegetale (ALA) - premette Claudio Galli, farmacologo dell’Università di Milano - «Ecco perché soltanto una dieta variata consente di assumere tutti i tipi di Omega 3».

Dove si trovano gli Omega 3

Quali sono le fonti alimentari principali di Omega 3

«Secondo le Tabelle di composizione degli alimenti dell’INRAN, fonti consistenti di EPA e DHA (gli Omega 3 di origine ittica) sono salmone e sgombro (circa 2 g/100 g); ma anche sardine, trota, branzino, tonno in scatola e cozze.

Secondo i principi della dieta mediterranea bastano due porzioni di pesce alla settimana, variando la tipologia, per assumere quantità sufficienti di EPA e DHA» precisa Andrea Poli. Quanto agli Omega 3 di origine vegetale «le fonti principali sono le noci (bastano tre gherigli al giorno), alcuni oli vegetali (semi di soia e canola, cioè colza a basso contenuto di acido erucico) e le verdure a foglia».

Le differenze tra Omega 3 e Omega 6 per quanto riguarda le modalità di assunzione

Gli Omega 6 (il principale è l’acido linoleico, o LA) sono abbondanti negli oli di mais e girasole, ma buone fonti sono anche gli oli di soia e vinacciolo, la frutta secca (mandorle, pistacchi, nocciole), i legumi (arachidi, a torto ritenute frutta secca, e ceci).

«Gli italiani, a dispetto dell’appartenenza all’area mediterranea, assumono pochi Omega 3 e Omega 6» afferma Andrea Poli. «Risultava già dai dati INRAN-SCAI del 2005-2006 che, in Italia, soltanto il 5% delle calorie totali (9 g al giorno totali) proveniva dai polinsaturi Omega 3 e Omega 6. Le linee-guida nutrizionali nazionali e internazionali suggeriscono invece un apporto quotidiano di Omega 6 pari al 5-10% delle calorie totali e di Omega 3 pari all’1-2%».

Le differenze tra Omega 3 e Omega 6 per quanto riguarda le modalità di assunzione

I benefici di Omega 3 e Omega 6 descritti dai cardiologi

A definitivo sostegno dell’opportunità di consumare grassi non saturi, preferendo i polinsaturi, ci sono infine le linee-guida europee per il controllo delle dislipidemie, presentate a Roma a fine agosto durante il congresso della Società europea di cardiologia (ESC). Il documento precisa che «è sufficiente sostituire l’1% delle calorie da grassi saturi con una pari percentuale di Omega 6 per ridurre il colesterolo LDL di 2 mg/dl; la sostituzione con Omega 3 porta a una diminuzione delle LDL di 1,2 mg/dl».

I cardiologi includono anche l’acido oleico (quello delle olive): è un grasso monoinsaturo, non polinsaturo, ma sulle LDL in eccesso è altrettanto efficace: sostituendo l’1% di saturi con l’oleico le LDL si riducono infatti di 1,6 mg/dl.

Infine, ancora dal documento ESC, emergono le differenze tra Omega 3 e Omega 6 nei confronti dei livelli ematici di trigliceridi troppo elevati: «Gli Omega 6 (ma anche l’acido oleico delle olive) hanno un marcato effetto sui trigliceridi. Gli Omega 3, invece, riducono i trigliceridi soltanto se assunti ad alte dosi (2-3 g al giorno), cioè come integratori».

Fonti: Atherosclerosis 2014; 232: 334-338, www.nutrition-foundation.it

13 dicembre 2016


Alimentazione Approfondimento

Giornalista professionista


Le patate nella dieta mediterranea

Tanti preziosi nutrienti per la nostra salute

Ne fanno parte a tutti gli effetti. Stiamo parlando delle patate nella dieta mediterranea, anche se la loro origine è transoceanica.

Questi tuberi, infatti, sono originari del Sudamerica ed è merito dei Conquistatori spagnoli aver fatto conoscere le patate all’Europa alla fine del XVI secolo. Da quel momento in poi, le patate si sono rapidamente diffuse anche nei Paesi che si affacciano su tutto il bacino mediterraneo.

Il valore delle patate nella dieta mediterranea: fibre, minerali, vitamine e antiossidanti

In quanto veicolo di nutrienti di alta qualità, le patate nella dieta mediterranea “regnano” a a pieno titolo. Le qualità nutrizionali delle patate nella dieta mediterranea sono state infatti uno dei temi di NutriMi, decima edizione del forum di Nutrizione pratica che, con cadenza annuale, riunisce a Milano gli esperti in nutrizione italiani e internazionali.

Nel suo intervento Alessandra Bordoni del Campus di Scienza degli alimenti dell'Università di Bologna ha infatti affermato: «Le patate, nelle loro diverse varietà, sono un alimento da conoscere meglio. Già dal punto di vista del consumo, le patate sono facili da assumere per i bambini o gli anziani protesizzati, grazie alla loro morbidezza. Ma quello che più interessa è il valore delle patate nella dieta mediterranea, in quanto contengono fibre, minerali, vitamine e antiossidanti».

Il valore delle patate nella dieta mediterranea: fibre, minerali, vitamine e antiossidanti

Le patate nella dieta mediterranea: le quantità dei diversi nutrienti

Vediamo in dettaglio quali nutrienti promuovono le patate nella dieta mediterranea. Ricorda Bordoni: «L’assunzione dei nutrienti va rapportata alle porzioni di alimento. Secondo i LARN (Livelli di assunzione raccomandati per i nutrienti), 200 grammi sono la porzione di patate standard».

Con 200 grammi di patate non si assumono solo amidi (35 grammi, cioè la metà di quanto si assume con 80 grammi di pasta di semola), ma oltre 3 grammi di fibre e «oltre 4 grammi di proteine di buona qualità, tranne il glutine, che nelle patate è assente: un vantaggio per intolleranti e celiaci» precisa Bordoni.

Il contenuto in minerali delle patate nella dieta mediterranea

Secondo la Banca dati di composizione degli alimenti (BDA) dell’IEO (Istituto europeo di oncologia) 100 grammi di patate forniscono 570 mg di potassio, un minerale salvacuore. Fosforo, calcio e ferro sono gli altri minerali assicurati dal regolare consumo di patate. Il sodio è invece presente in quantità trascurabili.

Il contenuto in minerali delle patate nella dieta mediterranea

Le patate nella dieta mediterranea: alto quantitativo di vitamine e antiossidanti

Per quanto riguarda, invece, le vitamine e agli antiossidanti, elementi di spicco delle patate nella dieta mediterranea: «Le patate forniscono vitamina C» aggiunge Bordoni - Ma anche vitamina B6, niacina (o vitamina PP), piccole quantità di vitamina E». La vitamina C, ricordiamo, facilita l’assorbimento del ferro.

Infine gli antiossidanti: «I dati statunitensi, dove la coltivazione e il consumo delle patate sono una parte importante dell’alimentazione, dimostrano che un loro consumo regolare è fonte preziosa di polifenoli».

E, proprio sul versante polifenoli, vale la pena di sapere che la varietà di patate viola, una delle più antiche e purtroppo ancora poco diffusa in Italia, ha un elevato contenuto di antocianidine, i polifenoli caratteristici anche dei frutti di bosco.

Fonti: http://www.nutrimi.it/

15 dicembre 2016


Alimentazione Approfondimento

Giornalista professionista


La dieta per ossa forti anche dopo i 55 anni

Perché scegliere la dieta consapevolmente sana per proteggere le nostre ossa

La dieta per ossa forti anche dopo i 55 anni, in entrambi i sessi, è quella “consapevolmente sana” (in inglese health conscious), che privilegia frutta e verdura, proteine da pesce, uova e carni bianche e che limita a quantità moderate l’assunzione di alcol.

Anche per lo scheletro, insomma, si confermano preziose le indicazioni alimentari che hanno già dimostrato di proteggere il cuore, le arterie e il buon funzionamento del metabolismo degli zuccheri.

Ecco perché la dieta per ossa forti anche dopo i 55 anni è efficace

È quanto emerge dal Rotterdam Study, condotto a partire dal 1990 su uomini e donne di 55 anni e oltre, seguiti per almeno dieci anni, in modo da controllare l’andamento dei principali parametri di salute correlabili all’alimentazione e allo stile di vita.

La dieta per ossa forti è perciò molto più variata e aderente alla realtà di quanto si potesse pensare: non si basa infatti sul solo apporto adeguato di latte, yogurt e formaggi (principali fornitori di calcio e vitamina D), ma dimostra che le vitamine, i minerali, i grassi e le proteine diverse da quelle presenti nella carne rossa lavorata fanno la loro parte nel mantenere saldo lo scheletro a lungo termine.

E questo in una popolazione, come quella olandese, in cui latte e latticini sono consumati in gran quantità (in media 350 grammi al giorno).

Ecco perché la dieta per ossa forti anche dopo i 55 anni è efficace

L'alimentazione health conscious garantisce ottimi risultati per la densità minerale ossea

I dati, pubblicati nell’edizione online dello Eur J Nutr. (2016 August 24), sottolineano che l’alimentazione health conscious ottiene risultati brillanti in termini di mantenimento nel tempo di una buona densità minerale ossea (BMD, bone mineral density), a confronto con un’alimentazione che privilegia carni lavorate, alcol ad alte dosi, piatti pronti elaborati e non prevede yogurt.

Non solo: gli autori tengono a sottolineare che questa dieta è efficace indipendentemente dal rapporto peso/altezza (BMI, Body Mass Index), quindi anche nei soggetti troppo magri (BMI < 20 kg/m2 ) o con chili di troppo (BMI > 25 kg/m2 ), purché sia seguita con costanza.

L'alimentazione health conscious garantisce ottimi risultati per la densità minerale ossea

La dieta per ossa forti anche dopo i 55 anni è simile alla dieta mediterranea

Ultimo, ma non per importanza, almeno per noi italiani: gli autori stessi sottolineano che i principi della dieta “consapevolmente sana” sono molto simili a quelli presenti nella dieta mediterranea, che ha già dimostrato di proteggere lo scheletro a lungo termine. La sana alimentazione va comunque sempre abbinata all'esercizio fisico.

Fonti: De Jonge EA, Rivadeneira F, Erler NS, Hofman A -Dietary patterns in an elderly population and their relation with bone mineral density: the Rotterdam Study - Eur J Nutr. 2016 Aug 24. [Epub ahead of print]

09 gennaio 2017


Alimentazione Approfondimento Prevenzione

Giornalista professionista


App4Health & Nutrisens Italia: insieme per la tua Salute

App4Health è lieta di poter comunicare l'avvio di una nuova collaborazione con il gruppo Nutrisens

App4Health è lieta di poter comunicare l’avvio di una nuova collaborazione con il gruppo Nutrisens, specialista nella ricerca e produzione di alimenti ed integratori nutrizionali saporiti e bilanciati, per ogni fase della vita.

 

Il piacere del paziente ed il benessere alimentare sono al centro dell’esperienza Nutrisens ed insieme ad App4Health, che nasce per realizzare una corsia preferenziale per la tua Salute, ci prenderemo cura di ogni tua necessità.

 

Insieme renderemo disponibili informazioni ed approfondimenti autorevoli sulla integrazione alimentare, sui nutrimenti per gli anziani o per chi è in una condizione di aumentato fabbisogno, oltre ad una gamma completa di prodotti per la disfagia per la malnutrizione e per la normalizzazione del transito intestinale presenti sul nostro e-commerce e nelle farmacie aderenti al nostro Network.

 

Rimani aggiornato attraverso gli articoli del nostro portale e scopri di più andando al catalogo completo!

Il Team App4Health

16 gennaio 2017


Alimentazione Approfondimento


La denutrizione: origine, eziologia e presa in carico

L'incidenza della malnutrizione e gli adeguati screening e trattamenti

Qual è l’incidenza della denutrizione?

La denutrizione viene spesso definita come una “malattia nella malattia”: essa rappresenta una situazione patologica frequente e talvolta grave che induce un peggioramento dello stato di salute generale, con delle conseguenze funzionali ed una perdita di autonomia della persona. Questa situazione colpisce circa il 4% delle persone anziane al domicilio e più del 40% delle persone ospedalizzate.

La denutrizione può avere diverse origini: può essere legata a delle patologie croniche (insufficienza renale, cardiaca, respiratoria, tumore…), a delle patologie cognitive o timiche come la depressione, a malattie neurodegenerative, a dei disturbi della deglutizione, a una malattia endocrina, etc.

Qualunque sia l’eziologia, però, la sintomatologia è sovrapponibile: perdita di peso, perdita di massa muscolare, riduzione della capacità di deambulazione, rischio di cadute, abbassamento delle difese immunitarie e aumento del rischio di infezioni. In breve, si instaura un circolo vizioso.

 

Come contrastare questo circolo vizioso?

Come prima azione, è importante effettuare uno screening diagnostico il più precocemente possibile per valutare in modo approfondito il rischio di denutrizione della persona. Infatti, tanto più la malnutrizione viene trattata negli stadi precoci, tanto più sarà possibile una presa in carico efficace e si ridurranno le conseguenze negative.

Il trattamento, naturalmente, dovrà comprendere un regime alimentare adatto a rispondere alle necessità nutrizionali della persona.

All’interno di questo trattamento, la gamma di prodotti Nutrisens può giocare un ruolo importante?

La gamma di prodotti proposta è destinata a favorire la copertura o ad ottimizzare gli apporti nutrizionali in modo naturale, in modo particolare nelle persone con un elevato grado di dipendenza.

Giocherà sicuramente un ruolo importante nelle situazioni in cui il trattamento della malnutrizione al domicilio diventa complesso.

Fonti: Intervista al Professor Marc Bonnefoy, Responsabile del reparto di Geriatria del CHU Lyon Sud raccolta da Pascal Auclair, France Medias.

Traduzione: Alberto Bozzolan, Nutrisens

20 gennaio 2017


Alimentazione Approfondimento


Proteine della soia contro il rischio cardiovascolare

Come soddisfare varietà nutrizionale e gusti di tutta la famiglia

Sostituire 30 g al giorno di proteine di origine animale con proteine della soia è, per il rischio cardiovascolare, un provvedimento semplice ed efficace.

Lo dimostra una ricerca tutta italiana che, invece di utilizzare supplementi a base di proteine della soia purificate, ha valutato l’efficacia di alimenti a base di soia (bevande, dessert, burger, spezzatino), di alta qualità e comunemente commercializzati. La versatilità delle offerte permette di consumarli in modo variato nel corso della giornata, sostituendo 30 g di proteine animali con una pari quantità di proteine di soia.

Lo studio

La ricerca sull’efficacia delle proteine della soia contro il rischio cardiovascolare è stata condotta su due gruppi di soggetti (donne in post-menopausa e uomini, tutti di età compresa tra 45 e 75 anni), accomunati da alterazione dei livelli lipidici (ipercolesterolemia totale e LDL, ipertrigliceridemia, scarsi livelli di colesterolo HDL), moderata obesità addominale, sovrappeso (BMI, Body Mass Index non oltre 30 kg/m2), ipertensione, iperglicemia a digiuno.

Il primo gruppo ha seguito per 12 settimane un’alimentazione controllata (circa 1800 calorie al giorno per gli uomini e circa 1500 per le donne), secondo i principi della Dieta Mediterranea (i grassi forniti erano soprattutto olio extravergine di oliva e polinsaturi), in cui l’apporto quotidiano di proteine totali (sia animali sia vegetali) era pari a 1 g/kg di peso; nel secondo gruppo, l’unica variazione è stata la sostituzione di 30 g di proteine di origine animale con 30 g di proteine di soia, grazie al consumo di prodotti di comune commercializzazione.

Lo studio

I risultati

Al termine di soli tre mesi di studio i risultati sono stati più che soddisfacenti: nei soggetti che avevano diligentemente seguito l’alimentazione sperimentale si è messa in luce, in media, una riduzione sia della colesterolemia totale del 4,85%, sia di quella LDL (- 5,25%).

Inoltre, nella metà dei soggetti del gruppo “proteine di soia”, erano migliorati alcuni parametri che identificano la presenza di sindrome metabolica (compresenza di almeno tre fattori tra obesità addominale, eccesso di peso, ipertensione, iperglicemia, insulinoresistenza, dislipidemia), a partire da una buona riduzione del peso e del BMI (- 1,5%), ottenuta in soli tre mesi, senza pesanti restrizioni caloriche.

In conclusione, questa ricerca conferma l’efficacia del consumo quotidiana di 30 g di proteine della soia contro il rischio cardiovascolare.

I 30g di proteine della soia possono essere consumati sotto forma di alimenti comuni, in sostituzione di una pari quantità di proteine animali e all’interno di un’alimentazione bilanciata e corretta come quella mediterranea.

Bibliografia: Ruscica M, Pavanello C, Gandini S et al. - Effect of soy on metabolic syndrome and cardiovascular risk factors: a randomized controlled trial - Eur J Nutr. 2016 Oct 18. 

27 gennaio 2017


Alimentazione Approfondimento

Giornalista professionista


L'apporto proteico per la riduzione della prevalenza della fragilità

La ricerca sugli apporti proteici rispetto agli apporti calorici: ecco i risultati

Secondo gli ultimi dati raccolti in tre città francesi, un apporto proteico elevato è associato a una minore prevalenza della fragilità nei soggetti anziani che vivono al domicilio, indipendentemente dall’apporto calorico.

La fragilità è definita come uno stato di vulnerabilità che predispone i soggetti anziani ad un rischio più elevato di ospedalizzazione, di disabilità e di decesso.

Esistono cinque criteri che permettono di diagnosticarla:

  • Perdita di peso involontaria > 3Kg nell’ultimo anno
  • Deperimento fisico
  • Velocità di cammino ridotta
  • Riduzione della forza muscolare
  • Attività fisica molto scarsa

I pazienti vengono considerati fragili quando presentano almeno tre dei precedenti criteri.

Molti studi hanno dimostrato che l’apporto di proteine può essere associato a tre di questi criteri – perdita di peso, debolezza muscolare e lentezza del cammino, ma in una visione più generale si può ricollegare alla fragilità nel suo complesso.

Alcuni ricercatori francesi (Bordeaux/Clermont-Ferrand) hanno quindi voluto indagare se un aumento degli apporti proteici e calorici nei soggetti anziani può essere protettivo nei confronti della fragilità.

Per questo motivo, i ricercatori hanno assunto come valore soglia minimo per l’apporto proteico 1g/Kg/die e per l’apporto calorico 30g/Kg/die ed hanno analizzato i dati della coorte Bordelaise des Trois Cités (1345 soggetti ambo i sessi con una età media di 74 anni).

Per ognuno dei 1345 soggetti, era stata effettuata con l’aiuto di un dietista una anamnesi alimentare, che aveva permesso di stimare i loro apporti proteici e calorici quotidiani e valutare la loro fragilità.

Un apporto proteico più elevato si associa ad una riduzione del 58% del rischio di fragilità

La fragilità colpisce il 4,1% dei soggetti della coorte (55 soggetti su 1345).

Solo il 36,4% di queste persone consuma più di 1g di proteine/Kg/die contro il 58,6% dei soggetti non-fragili. L’origine delle proteine consumate (animali o vegetali) non è associato al rischio di fragilità.

Anche prendendo in considerazione gli apporti energetici, quelli dei soggetti fragili risultano in media più bassi a quelli dei non-fragili. Tuttavia, è da sottolineare come in entrambi i gruppi meno di un terzo dei soggetti assume 30 kcal/kg/die. Da ciò è quindi possibile osservare che non vi è una associazione significativa tra l’apporto calorico e la sindrome dell’anziano fragile.

Esaminando uno per uno ogni criterio della fragilità, i ricercatori hanno notato una associazione tra un apporto proteico elevato e una minore prevalenza di ciascuno dei 5 criteri.

Un apporto proteico più elevato si associa ad una riduzione del 58% del rischio di fragilità

Le conclusioni

In seguito a queste valutazioni, le conclusioni sono che gli apporti proteici superiori a 1g/kg/die si possono associare ad una minore prevalenza della fragilità (-58%), indipendentemente dagli apporti calorici.

E’ quindi importante valutare come gli 0,8g/kg/die di proteine attualmente raccomandati per i soggetti anziani, possono non essere sufficienti per minimizzare le conseguenze dell’invecchiamento.

Il suggerimento è quindi quello di rivedere le raccomandazioni nutrizionali al fine di incrementare l’apporto proteico a 1g/kg/die, basandosi anche su studi antecedenti, in cui sono stati evidenziate delle associazioni tra un apporto proteico superiore a 1g/kg/die e la prevenzione di molti criteri della sindrome dell’anziano fragile (perdita di peso, velocità di cammino…).

Fonti: B. Rahi et coll. Higher Protein but Not Energy Intake Is Associated With a Lower Prevalence of Frailty Among Community-Dwelling Older Adults in the French Three-City Cohort. J Am Med Dir Assoc, juillet 2016, tradotto da Nutrisens Francia - Alberto Bozzolan

01 febbraio 2017


Alimentazione Approfondimento


Intolleranza al lattosio: diagnosi corretta e alimentazione adatta

Che cosa fare per una diagnosi certa e quale alimentazione deve essere scelta

Quali sono le indicazioni migliori in caso di intolleranza al lattosio rispetto a diagnosi e alimentazione?

«Proprio l’intolleranza al lattosio è il miglior esempio di come ci si dovrebbe muovere per una diagnosi certa» afferma Patrizia Restani, Dipartimento di Farmacologia e Scienze Biomediche dell’Università di Milano.

Nell’intolleranza al lattosio c’è carenza di lattasi, l’enzima che scinde lo zucchero del latte in galattosio e glucosio: il lattosio arriva perciò tale e quale nel colon.

Qui i processi di fermentazione si mettono in moto in modo tumultuoso, richiamando acqua e, con la produzione di gas in eccesso, scatenano i sintomi tipici: gonfiore, meteorismo, crampi, a volte diarrea. Ma anche nausea e rigurgiti acidi. In alcuni soggetti si manifestano anche eritema e mal di testa.

«I sintomi gastrointestinali dell’intolleranza al lattosio potrebbero far pensare anche ad un’allergia alimentare che, però, ha tutt’altra base: è infatti una reazione immunitaria anomala nei confronti delle proteine del latte».

Ecco perché ci si deve rivolgere a un medico specialista: «Mai fare affidamento a test estemporanei, suggeriti dal passaparola, o a figure professionali diverse dal medico allergologo. Si rischia di incappare in analisi non dimostrate scientificamente, che fanno perdere tempo e denaro» raccomanda Restani.

«Per distinguere un’allergia da un’intolleranza, infatti, il medico partirà dalla storia clinica della persona e della famiglia (la cosiddetta anamnesi), per poi procedere a indagini mirate. Nel caso dell’allergia, si tratta di test cutanei e di ricerca delle Immunoglobuline E (IgE) nel sangue».

Una volta esclusa un’allergia, sarà sempre il medico, se lo riterrà opportuno, a seconda della gravità dei sintomi, a decidere se approfondire l’iter per la diagnosi di intolleranza al lattosio con l’H2-Breath Test e/o il test genetico.

Queste indagini sono semplici, non invasive e molto affidabili, ma devono essere condotte da personale specializzato.

Vediamo perché: l’H2-Breath Test misura quanto idrogeno (H2) viene prodotto in più rispetto al normale, in seguito ad assunzione di una dose stablita di lattosio (20-50 g). Si devono fare più prelievi (almeno 6) di espirato prima e dopo aver ingerito il lattosio, intervallati da 30 minuti: occorrono quindi almeno tre ore.

Inoltre, l’H2-Breath Test per la diagnosi di intolleranza al lattosio necessita di preparazione: 30 giorni senza assumere antibiotici e, nei 15 giorni precedenti, niente fermenti lattici o lassativi. La sera precedente solo riso bollito non condito e carne, o pesce, ai ferri con poco olio crudo, niente pane, acqua non gassata. All’esame si deve arrivare con un digiuno di 12 ore.

È evidente che per un bambino è un iter po’ troppo impegnativo. Si può però ovviare con il test genetico che prevede il solo passaggio di un tamponcino all’interno della guancia.

Nell’intolleranza al lattosio, l’alimentazione deve essere seguita con attenzione e con la guida del medico, che potrà stilare una lista degli alimenti solitamente tollerati:

- Latte e latticini: in commercio si trovano latti delattosati, sia freschi, sia UHT (a lunga conservazione), in cui il lattosio è presente in percentuali minime, dallo 0,1 allo 0,01%.

- Lo yogurt è di per sé un alimento delattosato, perché il lattosio viene usato dai fermenti per riprodursi.

- Anche i formaggi stagionati sono delattosati, proprio perché la stagionatura è un processo fermentativo basato sull’utilizzo del lattosio. Ecco perché, nell’intolleranza al lattosio, l’alimentazione può includere formaggi come Parmigiano reggiano- Grana Padano-Emmenthal-Groviera.

Ovvia attenzione, nei casi di intolleranza severa, va invece fatta a farmaci, integratori e prodotti confezionati che potrebbero contenere lattosio (leggere sempre l’etichetta).

Per tutti coloro che soffrono di intolleranza al lattosio, l’alimentazione deve privilegiare i cibi ad alto contenuto di calcio, oltre a latte e latticini delattosati: spinaci, radicchio, indivia, cavoli, broccoli, carciofi, fagioli, mandorle, nocciole, semi di sesamo hanno un buon contenuto di calcio.

Chi invece opta per il latte di soia, si accerti che sia fortificato con calcio: lo stesso vale per i succhi di frutta.

17 febbraio 2017


Alimentazione Approfondimento

Giornalista professionista


L'importanza delle fibre per il sano invecchiamento

Invecchiare in buona salute grazie ad un'alimentazione ricca di fibre

Il concetto di invecchiamento sano è stato definito per la prima volta nel 1987 come “l’assenza, in persone anziane, di malattie o handicap fisici, in presenza di buone capacità mentali che permettano di essere autonomi e socialmente attivi”. 

Sino ad oggi gli studi che hanno valutato l’associazione tra l’alimentazione e l’invecchiamento sano si sono focalizzati sui benefici di un consumo regolare di frutta e di verdura. Nessuno studio si è invece interessato ai carboidrati, all’indice glicemico, al carico glicemico, agli zuccheri totali o alle fibre introdotte.

Dei ricercatori australiani hanno esaminato la relazione tra queste caratteristiche dell’alimentazione e i criteri dell’invecchiamento sano in 1609 soggetti sani con più di 49 anni per un periodo di 10 anni in cui hanno raccolto i dati relativi alle loro abitudini alimentari.

L’invecchiamento sano è stato definito, dopo un colloquio con ciascuno di questi soggetti, come l’assenza di handicap, di sintomi depressivi, di problemi cognitivi, di sintomi respiratori e di malattie croniche.

L’invecchiamento sano associato all’apporto di fibre

Dopo 10 anni di follow-up, 249 partecipanti (15,5%) presentano un invecchiamento sano. L’indice glicemico, il carico glicemico non sono associati in modo significativo con l’invecchiamento sano. Quando essi sono elevati, sono invece associati a un più grande rischio di mortalita (+65% e +46% rispettivamente). 

Viceversa, i ricercatori osservano che le fibre giocano un ruolo primario nell’invecchiamento sano, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.

Coloro che consumano una quantità elevata di fibre insolubili (pane e cereali) hanno il 78% in più di probabilità di invecchiare in modo sano e un rischio di mortalità ridotto del 56%. Coloro che invece consumano una elevata quantità di fibre solubili (frutta e verdura) hanno l’81% in più di probabilità di invecchiare in modo sano, ma senza alcuna influenza sulla mortalità. 

Se l’apporto di fibre con l’alimentazione non è sufficiente, può quindi risultare molto importante supplementare l’introduzione con degli integratori alimentari a base di fibre solubili e insolubili come il Transimix Nutrisens

Molteplici spiegazioni a questo effetto protettivo

Basandosi su studi antecedenti, gli autori affermano che l’effetto protettivo delle fibre potrebbe essere attribuito alla loro capacità di limitare il picco glicemico postprandiale, evitando quindi la liberazione di radicali liberi e l’aumento delle citochine infiammatorie.

Un’altra spiegazione potrebbe essere anche la fermentazione delle fibre a livello intestinale, che produce acidi grassi a catena corta con effetto antinfiammatorio.

Fonti: Association Between Carbohydrate Nutrition and Successful Aging Over 10 Years. Gopinath B, Flood VM, Kifley A, Louie JC, Mitchell P. J Gerontol A Biol Sci Med Sci. 2016 Jun 1; tradotto da Alberto Bozzolan Nutrisens Italia

21 febbraio 2017


Alimentazione Approfondimento


La disfagia peggiora lo stato nutrizionale delle persone anziane

Gli integratori nutrizionali destinati alle persone disfagiche devono essere adatti alla situazione clinica dei soggetti

La disfagia orofaringea rappresenta un fattore predisponente la malnutrizione nelle persone anziane. Quando entrambe le condizioni sono presenti, la speranza di vita si riduce drasticamente (65% di decessi a un anno).

Malgrado le raccomandazioni e le linee guida di diverse società quali ESPEN o ESSD, queste patologie sono ancora sottostimate e la loro diagnosi risulta ancora difficile.

Lo studio

Un team di ricercatori spagnoli ha svolto uno studio in cui sono stati analizzati i parametri nutrizionali ed antropometrici di 95 pazienti anziani affetti da disfagia orofaringea cronica (malattia neurodegenerativa o post-ictus) e li hanno comparati con quelli di 23 soggetti anziani affetti da disfagia orofaringea insorta in acuzia (ricovero per polmonite acuta).

Disfagia cronica: un peggioramento dello stato di nutrizione a causa dell’aumento dei residui buccali di cibo

Tra i pazienti con una disfagia derivante da una patologia cronica, il 17,4% risulta denutrito (MNA®<17) mentre il 33,7% a rischio di denutrizione (MNA®<23.5), con la sarcopenia che è presente nel 16,7% di questi soggetti.

Comparando i risultati con quelli di un campione di pazienti senza disfagia e senza alcuna malattia, i soggetti con patologia cronica presentano massa muscolare e massa grassa più ridotte, BMI più basso, minori livelli ematici di albumina e colesterolo, metabolismo basale ridotto ed una maggiore incidenza della disidratazione e della debolezza muscolare.

I pazienti che presentano un MNA® inferiore a 23,5 sono generalmente più anziani (età media prossima agli 80 anni), di genere femminile (61,7%) e con una prevalenza elevata di ictus (51,6%).

E’ inoltre interessante osservare come più del 61% di questi soggetti necessiti di un addensamento dei liquidi per una deglutizione sicura: l’aumento della viscosità aumenta però anche la quantità di residui orali.

Disfagia cronica: un peggioramento dello stato di nutrizione a causa dell’aumento dei residui buccali di cibo

Disfagia acuta: l’infiammazione aggrava la malnutrizione e la presenza di residui

Nei soggetti con disfagia in acuzia (come una polmonite), la situazione nutrizionale risulta più preoccupante: se i pazienti malnutriti rappresentano solo il 13%, quelli a rischio di denutrizione sono il 69,5% (contro il 33,7% della condizione cronica), con la sarcopenia che è presente nel 29,4% dei soggetti.

Questi presentano una diminuzione severa delle proteine viscerali e della massa muscolare, con la contemporanea presenza di una reazione infiammatoria grave e di uno stato di disidratazione.

I soggetti con un MNA minore a 23,5 sono coloro con il quadro clinico peggiore, il quale ha un notevole impatto sulle capacità deglutitorie, aumentando i residui orali in modo ancora più evidente rispetto ai soggetti con una patologia cronica.

Attraverso questo studio si può quindi osservare come la prevalenza di sarcopenia e di malnutrizione (conclamata o a rischio) sia molto elevata nei pazienti con disfagia, sia essa derivante da patologie croniche o acute.

Nei pazienti con una patologia cronica, inoltre, l’alterazione dello stato nutrizionale è aggravata dalla disfagia a causa dell’aumento dei residui buccali, anche in caso di utilizzo degli addensanti.


Per i ricercatori è quindi necessario sviluppare dei prodotti che siano contemporaneamente adatti alle due situazioni (integratori iperproteici con una consistenza adatta ai pazienti disfagici). 

Fonti: Nutritional status of older patients with oropharyngeal dysphagia in a chronic versus an acute clinical situation. Carrión S, Roca M, Costa A, Arreola V, Ortega O, Palomera E, Serra-Prat M, Cabré M, Clavé P. Clin Nutr. 2016 Jul 26. pii: S0261-5614(16)30175- Articolo tradotto da Alberto Bozzolan - Nutrisens

27 febbraio 2017


Alimentazione Approfondimento Salute


Anche i soggetti anziani in salute sono a rischio di malnutrizione

Grazie agli studi si è dimostrata l'insufficienza dei nutrienti inclusi nell'alimentazione dei soggetti anziani

Ad oggi è ancora poco conosciuto l’impatto delle condizioni di vita, dello stato di salute e della presenza di malattie sugli apporti nutrizionali delle persone anziane e sulla qualità della loro alimentazione. Dei ricercatori finlandesi hanno confrontato per la prima volta diversi gruppi di soggetti anziani per approfondire queste conoscenze.

Gli studi

I soggetti anziani costituiscono una popolazione eterogenea, rappresentata da coloro che vivono in casa di riposo o al domicilio, da coloro che sono in buona salute, fragili o colpiti da diverse malattie.

Se tra questi è facile indovinare quali siano quelli più a rischio di malnutrizione, non è invece chiaro se gli apporti alimentari di ciascuno di questi gruppi di soggetti corrisponda a quelle che sono le raccomandazioni nutrizionali.

Per saperlo, dei ricercatori finlandesi hanno esaminato lo stato nutrizionale e la qualità dell’alimentazione di un campione rappresentativo della popolazione anziana in buona salute o fragile.

Per fare questo, hanno confrontato i dati derivanti da 5 studi realizzati su soggetti anziani (più di 500 individui con età superiore ai 60 anni), residenti al domicilio, in casa di riposo o in RSA, in buona salute o fragili, affetti e non da Alzheimer o da sarcopenia.

Lo stato nutrizionale è stato valutato mediante l’utilizzo del Mini Nutritional Assessment, mentre gli apporti nutrizionali sono stati valutati sulla base di un diario alimentare dalla durata variabile tra 1 e 3 giorni a seconda degli studi.

Gli studi

I risultati

La review ha dato i seguenti risultati: la prevalenza ed il rischio di malnutrizione sono associati in modo significativo all’autonomia e alla mobilità del paziente, al suo stato cognitivo (presenza di Alzheimer) e alle comorbidità.

Tra coloro con una minore autonomia, l’apporto di energia risulta soddisfacente, ma la qualità della loro alimentazione e la varietà di nutrienti non è sufficiente: risultano infatti mediamente insoddisfacenti gli apporti di Vitamine A, E, ferro, acidi grassi polinsaturi e fibre. Al contrario, i soggetti in buona salute residenti al domicilio presentano un più elevato apporto energetico, di fibre e di micronutrienti.

Tuttavia, in tutti i campioni di soggetti, anche tra quelli in buona salute, una percentuale importante di individui non raggiunge i fabbisogni consigliati di energia, proteine e micronutrienti.

Per esempio solo il 22-32% dei soggetti soddisfa i propri fabbisogni proteici. Degli apporti insufficienti sono inoltre stati osservati per quanto riguarda le Vitamine A, D, C, E, folato e tiamina. Al contrario, la maggior parte dei soggetti (86%) introduce una quantità eccessiva di acidi grassi saturi.

E' quindi possibile concludere che anche i soggetti anziani in buona salute sono a rischio di malnutrizione e che questo rischio può solo aumentare nei soggetti fragili.

Fonti: Jyväkorpi SK, Pitkälä KH, Puranen TM, Björkman MP, Kautiainen H, Strandberg TE, Soini H, Suominen MH. Low protein and micronutrient intakes in heterogeneous older population samples. Arch Gerontol Geriatr. 2015 Nov-Dec;61(3):464-71. doi: 10.1016/j.archger.2015.06.022. Traduzione articolo di Alberto Bozzolan - Nutrisens

06 marzo 2017


Alimentazione Approfondimento


Caregivers e nutrizione dei soggetti anziani

Una review dei ricercatori australiani dimostra l'importanza dell'informazione per combattere la denutrizione degli anziani

Con l’invecchiamento della popolazione, i caregiver rappresentano una figura sempre più importante per assicurare che le necessità delle persone anziane residenti al domicilio vengano soddisfatte. Il loro ruolo di sostegno nutrizionale risulta fondamentale per combattere la malnutrizione.

Una demografia in continua evoluzione

Tra il 1970 e il 2025, la proporzione delle persone con più d 60 anni è aumentata e aumenterà del 223%, pari a circa 694 milioni di soggetti anziani in più.

Secondo l’OMS, questo invecchiamento della popolazione rende necessaria la creazione di una politica e di programmi aventi come obiettivo il miglioramento della salute delle persone anziane favorendone l’autonomia.

Questo sottintende, in particolare, il sostegno per i caregiver nel loro ruolo di figura importante per la prevenzione del rischio di denutrizione delle persone anziane.

Caregivers: dei nuovi attori per combattere la denutrizione

Sono stati considerati sedici studi scientifici nei quali venivano citata la presenza di caregiver presso dei soggetti anziani. Questi mostrano come i caregiver domiciliati con la persona anziana sono la migliore risorsa per seguire l’andamento del peso e gli apporti nutrizionali delle persone anziane, soprattutto se si tratta di familiari degli anziani in quanto questi hanno a cuore lo stato di salute del loro parente.

Essi sono inoltre essenziali nelle numerose attività correlate all’alimentazione come l’acquisto degli alimenti, la preparazione dei pasti e l’assistenza durante il pasto nei casi in cui questa è necessaria.

Essi possono inoltre essere una via di collegamento indispensabile tra i soggetti anziani e i professionisti sanitari come i dietisti e i medici nutrizionisti. Infine, i caregiver giocano un ruolo importante nel combattere la denutrizione a condizione che essi vengano sostenuti dai professionisti sanitari.

Un sostegno molto importante che i professionisti sanitari possono dare ai caregiver sono i consigli relativi agli integratori nutrizionali ipercalorici e/o iperproteici, indispensabili per contrastare la malnutrizione.

Per questo, risulta fondamentale tenersi informati sul tema e conoscere i prodotti nutrizionali a disposizione.

Fonti: Role of domiciliary and family carers in individualised nutrition support for older adults living in the community. Skye Marshal, Ekta Agarwal, Adrienne Young, Elizabeth Isenring. Maturitas vol 98 April 2017 : 20-29, http://dx.doi.org/10.1016/j.maturitas.2017.01.004 - Articolo tradotto da Alberto Bozzolan Nutrisens

13 marzo 2017


Alimentazione Approfondimento


Caratteristiche e qualità dello yogurt

Le qualità dello yogurt: i benefici

Il vasetto di yogurt, così come lo conosciamo e consumiamo noi, è un concentrato di preziosi principi nutritivi. Si tratta di un alimento completo che, secondo le linee-guida nutrizionali, dovrebbe far parte dell’alimentazione quotidiana. Prima di ripercorrere le caratteristiche e qualità dello yogurt vale la pena di ricordare alcune curiosità.

Come nasce lo yogurt

Lo yogurt è un latte fermentato, che nasce nell’antichità quasi certamente per il contatto tra il latte e gli otri in cui veniva conservato e trasportato sia dai popoli dell’Est sia da quelli dell’Ovest. Questi contenitori erano ricavati da visceri di animali e, sebbene trattati, contenevano ancora una quota di batteri sufficiente per provocare la fermentazione. In questo modo si otteneva un alimento acidulo, ma cremoso (la parola “yogurt” in turco significa proprio “latte denso”), che si conservava a temperatura ambiente più a lungo del latte.

Come nasce lo yogurt

Non è l'unico tipo di latte fermentato

Lo yogurt non è il solo tipo di latte fermentato esistente al mondo: le caratteristiche e qualità dello yogurt sono diverse, per esempio, dal kefir (Medio Oriente), il kumiss (Asia Centrale), lo zabadi (Egitto), il dahi (India).

A fare la differenza con lo yogurt non è il nome, ma il latte di partenza, il tipo di batteri utilizzati per la fermentazione e il contenuto in altri componenti (per esempio i lieviti). Ultimo, ma non per importanza, la certezza di sapere che, negli yogurt in vendita da noi, la qualità del prodotto e il contenuto in nutrienti, dalle proteine ai minerali, dagli zuccheri ai grassi, ai preziosissimi batteri probiotici, è certificata dal produttore e costante fino all’acquisto.

Tra le caratteristiche e qualità dello yogurt più nutrienti che calorie

Quali siano le caratteristiche e qualità dello yogurt è presto detto. Prima di tutto, lo yogurt contiene più nutrienti che calorie. Come mai? È merito dei batteri utilizzati per la fermentazione di partenza, che peraltro sono gli stessi con cui si lievita la farina: lo Streptococcus Thermophilus e il Lactobacillus Bulgaricus. Questi fermenti lattici svolgono una serie incredibile di attività.

Tra le caratteristiche e qualità dello yogurt più nutrienti che calorie

I fermenti proteggono l'intestino e disinfettano

Prima di tutto, questi streptococchi e lattobacilli agiscono in sinergia: la fermentazione si velocizza e la qualità dello yogurt se ne avvantaggia. Inoltre, hanno un dimostrato effetto probiotico: raggiungono l’intestino vivi e vitali e qui si moltiplicano, rafforzando il microbiota (microflora intestinale). Com’è noto, più il microbiota è sano, più protetta è la salute dell’intestino e delle sue molte funzioni. Infine, questi batteri rilasciano nello yogurt alcune molecole a effetto antibatterico: le batteriocine.

Altre caratteristiche e qualità dello yogurt: minore densità energetica

Tra le caratteristiche e qualità dello yogurt c’è la sua minore densità energetica: infatti, durante la fermentazione, un terzo del lattosio (lo zucchero del latte) diventa acido lattico, perché streptococchi e lattobacilli utilizzano proprio il lattosio per moltiplicarsi.

L’acido lattico, dal canto suo, favorisce l’assorbimento dei minerali presenti in ogni singolo vasetto: prima di tutto il calcio (circa 150-200 mg ogni 125 grammi di yogurt), poi magnesio, fosforo, sodio, potassio.

Ha un buon effetto saziante

Tra le caratteristiche e qualità dello yogurt va inoltre considerato il suo effetto saziante, vale a dire che riduce più a lungo il senso di fame rispetto ad altri alimenti grazie al transito gastrico delle sue proteine, piuttosto lento. Proprio le proteine di latte e yogurt sono, inoltre, ad alto valore biologico: vuol dire che sono meglio utilizzate dall’organismo. Ogni vasetto di yogurt (125 g) ne fornisce circa 5 grammi. Le proteine di latte e yogurt sono diverse anche perché hanno dimostrato una blanda attività antipertensiva.

Ha un buon effetto saziante

Vitamine e grassi utili sono altre preziose caratteristiche e qualità dello yogurt

Altre caratteristiche e qualità dello yogurt che meritano di essere citate sono l'alto  contenuto in vitamine, sia del gruppo B sia le vitamine A, D, E e K. Non si deve dimenticare, infatti, che senza vitamina D il calcio non può fissarsi nelle ossa e va perduto.

Nello yogurt troviamo anche grassi utili: dagli acidi grassi insaturi essenziali (perché l’organismo non li sa sintetizzare), ad acidi grassi a catena breve, dotati di attività protettiva sul colon, come l’acido butirrico, fino a quantità trascurabili di colesterolo.

 

Praticamente privo di lattosio

Tra le caratteristiche e qualità dello yogurt più importanti c'è la quasi totale assenza di lattosio. È già stato detto che questo zucchero, caratteristico del latte, durante la fermentazione viene per un terzo trasformato in acido lattico.

I due terzi restanti subiscono un’altra trasformazione e vengono scissi in glucosio e galattosio, due zuccheri-base, che non danno problemi di digeribilità. Ecco perché lo yogurt (oltre ai latti delattosati) è un alimento che entra di diritto anche nella quotidianità di chi non tollera il lattosio. 

Fonti:

“Io, lo Yogurt” – AA VV a cura di YINI (Yogurt in Nutrition Initiative in Italia) - Banca dati di composizione degli alimenti per studi epidemiologici in Italia. Versione 2.2008 – IEO - Ministero della Salute. Linee guida su probiotici e prebiotici. Revisione maggio 2013. - Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU). LARN 2014

11 maggio 2016


Alimentazione Approfondimento

Giornalista professionista


Olio d'oliva extravergine: bene anche per i diabetici di tipo 1

L'olio d'oliva extravergine nella dieta del diabetico di tipo 1 aiuta a controllare la glicemia

L’olio d’oliva nel diabete di tipo 1 (che richiede infusione di insulina) è un vero e proprio toccasana. Utilizzare olio d’oliva extravergine, infatti, migliora la glicemia post-prandiale rispetto agli altri grassi. La ricerca è stata condotta in Italia, all’Università Federico II di Napoli, confermando una volta di più quanto decisiva sia la scelta quotidiana degli alimenti.

L’olio di oliva extravergine è già in partenza un condimento ottimale, grazie alle sue caratteristiche nutrizionali: la presenza di acidi grassi monoinsaturi, più favorevoli rispetto a quelli saturi e la presenza di polifenoli, potenti antiossidanti.

Questo studio sull’uso dell’olio di oliva nel diabete di tipo 1 (olio extravergine, s’intende) è stato condotto su un gruppo di pazienti diabetici di tipo 1, suddivisi in gruppi.

Il confronto è stato fatto su due tipi di pasto: il primo a base di carboidrati con un alto Indice Glicemico (cioè assorbiti velocemente), il secondo a base di carboidrati con un basso Indice Glicemico (cioè assorbiti lentamente). Ciascun tipo di pasto è stato poi condito o con pochi grassi, o con burro (cioè grassi saturi) o, infine, con olio d’oliva extravergine.

 

La ricerca sui vantaggi dell’uso di olio d’oliva nel diabete di tipo 1 ha verificato che il tipo di grasso scelto condiziona la velocità di assorbimento del pasto, da cui dipende la successiva concentrazione di zuccheri (glicemia) nel sangue.

Ecco i risultati: quando il pasto era basato su carboidrati assorbiti lentamente (cioè a basso Indice Glicemico), la glicemia post-prandiale non variava molto, cambiando il tipo di condimento. Le differenze decisive si sono manifestate invece nel caso dei pasti a base di carboidrati assorbiti velocemente (cioè ad alto Indice Glicemico). Infatti, dopo il pasto di questi pazienti diabetici di tipo 1, la glicemia è stata controllata molto meglio se il condimento scelto era stato l’olio extravergine di oliva, rispetto sia al burro, sia al basso contenuto di grassi. 

Fonti: L. Bozzetto, A. Alderisio, M. Giorgini, et al. - Diabetes Care 2016 Feb; dc152189 http://care.diabetesjournals.org/content/early/2016/01/29/dc15-2189 archiviato in http://www.webcitation.org/6iKkZ5Mpd

06 giugno 2016


Alimentazione Approfondimento

Giornalista professionista


Gli alimenti senza glutine: verità e falsi miti

Alimenti senza glutine, verità e falsi miti: che cosa dice la scienza

Gli alimenti senza glutine sono una scelta senza molte alternative per le persone che soffrono di celiachia. Nel mondo, le diagnosi di celiachia sono in aumento, grazie non solo alla maggiore attenzione che la medicina ha oggi verso questa malattia autoimmune, ma anche ad una migliore capacità di diagnosticare chi ne è colpito.

Poter disporre di cereali senza glutine e di alimenti prodotti con questi cereali è, per tutte queste persone, la via più semplice per condurre una vita assolutamente normale.

Gli alimenti senza glutine, però, sono sempre più di frequente scelti da persone a cui non è stata diagnosticata una celiachia, nella convinzione che siano più salutari, oppure che siano indicati per i figli, non celiaci, di un genitore con celiachia.

Una scelta che, dal punto di vista medico, non ha alcun fondamento. Lo chiarisce, sulle pagine di The Journal of Pediatrics, la pediatra e gastroenterologa Norelle D.Reilly, del Centro per lo studio e la cura della celiachia della Columbia University di New York. Reilly analizza, degli alimenti senza glutine, verità e falsi miti.

 

Ecco i tre principali punti da chiarire:

    1. FALSO MITO: gli alimenti senza glutine sono una scelta salutare, che non comporta svantaggi.

VERITÁ: La dieta senza glutine deve essere seguita da chi ne ha bisogno (celiaci, allergici al grano, soggetti adulti con sensibilità al glutine non celiaci) soltanto dopo diagnosi certa eseguita in un centro specializzato e comunque con il consiglio del medico.

Spiega Reilly: «Questi alimenti contengono spesso più zuccheri e grassi rispetto a quelli glutinati: molte persone a dieta senza glutine acquistano peso e diventano resistenti all’insulina (fattore di rischio di diabete 2).

Chi segue un’alimentazione aglutinata deve essere seguito perché non soffra di carenze nutrizionali importanti, a carico di fibre, vitamine e minerali. Infine, gli alimenti aglutinati sono molto più costosi di quelli con glutine (nota: in Italia, il Ssn copre le spese per gli alimenti senza glutine dei celiaci con diagnosi accertata)

 

   2. FALSO MITO: Il glutine è tossico.

VERITÁ: Non esiste alcun dato a supporto di questa ipotesi. «Il glutine è una delle proteine del grano e non ha alcun effetto negativo per l’intestino dei non celiaci» dice Reilly.

«Anche l’ipotesi che l’aumento dei casi di celiachia possa esser attribuito al glutine aggiunto per l’allevamento o all’uso del glutine vitale ad alcuni cibi non ha alcun sostegno dalla scienza».

   3. FALSO MITO: Tutti i parenti di primo grado di un celiaco devono assumere alimenti senza glutine.

VERITÁ: A questo proposito, Reilly precisa: «Secondo le ricerche, soltanto il 7,5% dei parenti di primo grado di un celiaco soffre di celiachia e deve quindi seguire un’alimentazione senza glutine.

Ciò non toglie che ci si debba sempre affidare allo specialista di riferimento, che deciderà, in base al profilo genetico dei soggetto celiaco e dei familiari, se e come è necessario effettuare controlli periodici».

Reilly conclude con una notazione importante sullo svezzamento: «È stato dimostrato che anticipare a 4 mesi, o ritardare al compimento dell’anno l’introduzione del glutine nello svezzamento dei figli di un soggetto celiaco non modifica il rischio a lungo termine di celiachia, ma che è invece fondamentale ».

 

Fonti: The Journal of Pediatrics di Norelle D.Reilly https://www.scribd.com/doc/314387559/The-Gluten-Free-Diet-Recognizing-Fact-Fiction-and-Fad-by-Norelle-Reilly archiviato in http://www.webcitation.org/6iKjqlAXO

14 giugno 2016


Alimentazione Approfondimento

Giornalista professionista


Anguria e melone, i cibi estivi perfetti

Anguria e melone, alimenti dell'estate dalle molte proprietà nurizionali

Anguria e meloni, in estate garantiscono proprietà nutrizionali ottime, condivise con altri due rappresentanti della stessa famiglia, tipici della stagione estiva: zucchine e cetrioli. Tipiche dell’autunno-inverno, invece, sono le zucche, che appartengono comunque alla stessa famiglia botanica: le Cucurbitacee e che, con cetrioli, zucchine, anguria e meloni sono uno dei molti frutti positivi guadagnati dall’Europa nei secoli, grazie agli scambi commerciali e culturali con altri continenti.

I vantaggi

Zucche e zucchine sono originarie dell’America Centrale, anguria e meloni vengono dall’Africa, i cetrioli da India e Malesia. Oggi, grazie alle coltivazioni in serra, zucchine e cetrioli freschi sono disponibili anche in inverno. Ma per zucchine, cetrioli, angurie e meloni l’estate è la stagione in cui le proprietà nutrizionali possono essere sfruttate in pieno. Soprattutto tre sono, per zucchine, cetrioli, angurie e meloni, le proprietà nutrizionali in primo piano: la ricchezza di acqua, le calorie ridotte e, nello stesso tempo, l’ottima valenza saziante.

I vantaggi

Tre indubbi vantaggi che, per le Cucurbitacee, sono garantiti da un quantitativo di acqua compreso tra i 90 g/100 g dei meloni e i 96 g/100 g dei cetrioli (vedi tabella). Tra l’altro, in estate, è possibile sfruttare anche l’acqua presente nelle zucchine scegliendo le più piccole e sode e aggiungendole crude alle insalate miste. Consumare zucchine, cetrioli, angurie e melone in estate contribuisce a garantire la quota di idratazione in più di cui l’organismo ha bisogno nella stagione calda.

Le calorie fornite da 100 g di zucchine sono solo 14, mentre il maggior apporto energetico viene da 100 g di melone, con 34 calorie, comunque molto contenute. Infine, la presenza di fibre contribuisce alle proprietà sazianti e non solo: aggiunge a zucchine, cetrioli, angurie e meloni in estate le proprietà nutrizionali migliori per chi vuole seguire un regime di controllo ponderale. Il melone ha anche un blando effetto lassativo.

Ottimo e vario l’apporto di minerali e vitamine (vedi tabella) in tutte le Cucurbitacee. Da segnalare sono soprattutto la presenza di potassio e (in angurie e meloni) quella di beta-carotene, fattore protettivo nei confronti dei danni da Uv.  Infine, mentre zucchine e cetrioli non contengono zuccheri, angurie e meloni sono ovviamente zuccherini. Il contenuto non è elevato (vedi tabella), ma il suggerimento è comunque quello di un consumo moderato da parte di chi soffre di diabete.

NUTRIENTE CONTENUTO MIN-MAX/100 g

Energia Kcal

Acqua g

Fibre g

14 (zucchine)-34 (meloni)

90 (meloni)-96 (cetrioli)

0,2 (anguria)-1,3 (zucchine)

Potassio mg

Magnesio mg

Calcio mg

Sodio mg

Zolfo mg

Fosforo mg

140 (cetrioli)-333 (meloni)

8-11 (solo angurie e meloni)

7 (angurie)-21 (zucchine)

1 (zucche)-13 (cetrioli)

9-12 (solo angurie e meloni)

2 (angurie)-65 (zucchine)

Vitamina C mg

Vitamina B6 mg

Niacina mg

Folati mcg

Beta-carotene equivalente

Vitamina K mcg

Vitamina E mg

8 (angurie)- 32 (meloni)

0,02 (zucche) -0,15(zucchine)

0,1 (anguria)-0,7 (zucchine)

2 (anguria)-52 (zucchine)

36 (zucchine)-3594 (zucche)

0,3-2,5 (angurie e meloni)

0,07 (cetrioli)-1,06 (zucche e zucchine)

Saccarosio g

Fruttosio g

Glucosio g

0,2-1,8 (angurie e meloni)

1,2-3,9 (angurie e meloni)

0,7-3,2 (angurie e meloni)

Tabella: livelli min-max di nutrienti in 100g di alimento

Fonte: i dati sono tratti dalla Banca Dati degli Alimenti (BDA) dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO - Milano)

06 luglio 2016


Alimentazione Approfondimento

Giornalista professionista


Il pomodoro e le sue qualità nutrizionali

Oltre a vitamine e minerali, antiossidanti e fitocomposti tutti da conoscere

Il pomodoro e le sue qualità nutrizionali raggiungono l’Europa e il bacino mediterraneo dalle Americhe (Centroamerica e aree limitrofe a Sud e a Nord), insieme con le patate e il mais (attenzione però: la varietà di mais prevalente nelle Americhe era rosso-viola, ricca di vitamine e antiossidanti, che da noi solo di recente stiamo cercando di recuperare).

Nelle sue moltissime varietà, il pomodoro è una pianta annuale, anche se oggi le nuove metodiche di coltivazione (serre, coltivazioni aeree fuori terra) permettono di consumarlo tutto l’anno, sia fresco, sia come succo, sia infine come ingrediente saporito e salutare di infinite ricette in tutto il mondo.

Benefici

Il pomodoro fresco ha dalla sua un contenuto calorico contenuto, soltanto 17 cal/ 100 g e un indice glicemico molto favorevole, pari a 9. Ma per il pomodoro, le qualità nutrizionali non si fermano qui. Il contenuto di fibre (1 g/100 g) è buono e la presenza di minerali e vitamine è più che soddisfacente.

Elencando soltanto quelli a maggior concentrazione, in 100 g di pomodori si trovano in media: 297 mg di potassio, 25 mg di fosforo, 10 mg di magnesio, 9 mg di calcio e solo 6 mg di sodio; inoltre 25 mg di vitamina C (la vitamina C promuove l’assorbimento del ferro), 0,8 mg di niacina e 0,12 mg di vitamina B6, infine 610 microgrammi di vitamina A (Retinolo eq.) e 15 microgrammi di folati totali.

Ma non basta. Nel pomodoro, le qualità nutrizionali positive si concentrano soprattutto nel contenuto del licopene, un carotenoide antiossidante (più il frutto è maturo, più è alta la sua concentrazione) e di fitocomposti solubili in acqua. Iniziamo dal licopene: diverse ricerche mettono in luce l’associazione tra consumo di licopene con i pomodori e miglioramento del profilo di grassi e di zuccheri nel sangue, ma anche una riduzione del rischio di alcuni tumori, prostata soprattutto.

Alcuni suggerimenti per aumentare l’assunzione di licopene con i pomodori?

Consumare pomodoro lavorato: il succo contiene 9 g di questo carotenoide ogni 100 g, la salsa 15g/100g, il concentrato 30 g/100 g, a confronto con il prodotto fresco, che contiene soltanto 3 mg di licopene ogni 100 g. Anche la cottura con olio è positiva. Infatti il licopene è solubile nei grassi e l’olio svolge una doppia funzione: protegge il carotenoide in cottura e ne facilita l’assorbimento.

Alcuni suggerimenti per aumentare l’assunzione di licopene con i pomodori?

Infine va ricordato che, nel pomodoro, le qualità nutrizionali si trovano anche nella frazione di fitocomposti solubili in acqua. L’EFSA (l’Autorità europea per il controllo della sicurezza degli alimenti) ha infatti riconosciuto il claim che attribuisce, alla frazione idrosolubile del concentrato di pomodoro (Water Soluble Tomato Concentrate, WSTC), la capacità di ridurre l’aggregazione piastrinica, purché formulato in capsule, bustine o tavolette in grado di fornire 3 g di WSTC I o 150 g di WSTC II (per maggiori informazioni: EFSA Journal 2010;8:1689).

07 luglio 2016


Alimentazione Approfondimento

Giornalista professionista


Il consumo di cereali integrali si associa a riduzione della mortalità

Insorgenza ridotta di malattie cardiovascolari e malattie tumorali

Abituarsi a consumare cereali integrali riduce la mortalità, soprattutto per cause cardio e cerebrovascolari. Lo dimostrano i numeri. Sul Briish J. of Nutrition (2016; doi:10.1017/S0007114516001975)  è stata infatti pubblicata l’analisi dei risultati di ben undici studi, condotti in tutto il mondo. In totale sono state seguite, per 14 anni in media, 816.599 persone, di cui sono state vagliate le abitudini alimentari e registrate l’insorgenza di malattie e le cause di mortalità.

È stata così messa in luce una robusta associazione tra consumo abituale di cereali integrali e ridotta mortalità. In dettaglio, scegliere i cereali integrali ha portato a una riduzione della mortalità per cause cardiovascolari del 26% e per malattie tumorali del 9%. La quantità minima di cereali integrali consumata ogni giorno dai soggetti nei quali si rilevavano effetti positivi era pari a 3 porzioni (pane, pasta, prodotti per la prima colazione e da forno, in cui la farina integrale era presente per più del 50% sul totale della farina).

Nei cereali integrali, ricordano infatti gli autori dello studio, sono mantenute tutte e tre le parti del chicco, vale a dire crusca, germe ed endosperma. Ed è l’insieme delle tre frazioni a garantire che sia praticamente intatto il contenuto di fibre (prevalenti nella crusca), vitamine, minerali e fitochimici dei cereali: elementi che vengono quasi completamente persi durante i normali processi di raffinazione.

Il complesso di queste sostanze fa la differenza. I cereali integrali, consumati tutti i giorni, mantengono efficiente il metabolismo degli zuccheri e quello dei grassi. Non solo: la ricchezza di nutrienti positivi difende le pareti arteriose, che restano più elastiche (l’irrigidimento delle pareti è un fattore di rischio di ipertensione) e che, grazie al controllo sul metabolismo dei grassi (livelli di colesterolo LDL e trigliceridi), vengono meglio protette dalla formazione di placche.

Inoltre, a livello generale, consumare abitualmente cereali integrali contrasta la cosiddetta “infiammazione silente” o “di basso grado”, noto co-fattore di rischio di obesità, diabete, di alcuni tipi di tumore e, soprattutto, di malattie cardio e cerebrovascolari.

Ecco perché il complesso dei dati scaturiti dagli undici studi di popolazione analizzati ha confermato non solo un effetto protettivo nei confronti di queste malattie, ma anche un’associazione evidente tra consumo di cereali integrali e riduzione della mortalità. Tant’è vero che anche la mortalità per tutte le cause si è ridotta. Tra chi consumava con regolarità cereali integrali, rispetto a chi non ne consumava affatto o in quantità insufficienti, la mortalità totale si è ridotta del 19%.

11 luglio 2016


Alimentazione Approfondimento Prevenzione

Giornalista professionista


L'alimentazione per la prevenzione dell'obesità nell'infanzia

Il ruolo dei genitori e l'importanza dell'allattamento

L’alimentazione per la prevenzione dell’obesità nell’infanzia inizia dalla vita prenatale, tanto più se è presente familiarità, cioè se un parente di primo grado è obeso. Fare in modo che la crescita del bambino abbia fin dalla nascita un buon rapporto tra altezza e peso è la premessa indispensabile per ridurre al minimo il rischio di sovrappeso e obesità in età adulta.

Silvia Scaglioni della Fondazione De Marchi, Dipartimento di Pediatria dell'IRCCS Policlinico di Milano, ripercorre, durante NutriMi, confronto annuale tra esperti di nutrizione italiani e internazionali, le raccomandazioni nutrizionali di tre periodi critici: il periodo prenatale, i primi due anni di vita, l’adolescenza.

Il primo passo di un'alimentazione per la prevenzione dell’obesità è l'allattamento al seno

«Durante i nove mesi della gravidanza si decide molto della crescita del figlio che verrà - ricorda Scaglioni -. Le ricerche dimostrano che il diabete della gravidanza, o uno stato di malnutrizione, o l’eccesso ponderale della futura mamma si associano, nei figli, ad un aumento del rischio di obesità». Come per altre malattie, l’allattamento materno è la prima misura da adottare in un’alimentazione per la prevenzione dell’obesità: «Il rischio di obesità in età adulta si riduce in modo significativo nei bambini allattati al seno per almeno quattro mesi» sottolinea Scaglioni.

Nell'alimentazione per la prevenzione dell’obesità nel bambino ai genitori spetta un ruolo fondamentale di guida

Dallo svezzamento in poi, sono sempre i genitori a indirizzare le scelte alimentari: «È questo il momento in cui è necessario coniugare equilibrio nutrizionale e stimolo al gusto, perché il bambino impari naturalmente non solo a fare propria nel tempo la varietà delle scelte, ma anche l’equilibrio nell’introito alimentare - precisa Scaglioni -.

Aumentare il gradimento per alcuni cibi è possibile, con pazienza. Il metodo migliore è ripetere l’offerta dell’alimento meno gradito in un contesto sociale gradevole, in modo che la serenità del pasto non si focalizzi sull’accettazione o meno del cibo stesso.

Inoltre, è noto che, a qualunque età, bambini e ragazzi mangiano più facilmente un alimento se hanno di fronte l’esempio dei genitori». Questa sarebbe quindi la strada da percorrere.

Nell'alimentazione per la prevenzione dell’obesità nel bambino ai genitori spetta un ruolo fondamentale di guida

Nell’alimentazione per la prevenzione dell’obesità no al cibo come ricompensa

Nell’alimentazione per la prevenzione dell’obesità è importantissimo, inoltre, evitare che il cibo assuma un ruolo di gratificazione e ricompensa. Un comportamento da mettere in pratica fin dai primi mesi:

«La madre dovrebbe essere aiutata a distinguere il pianto del proprio figlio, riconoscendo il pianto da fame e limitando quindi le poppate alle vere necessità nutrizionali del piccolo» spiega Scaglioni.

L'alimentazione per la prevenzione dell’obesità parte dalla giusta attenzione famigliare al rispetto dei 5 pasti e all'importanza della colazione

Nell’infanzia e, ancor più, nell’adolescenza, l’alimentazione per la prevenzione dell’obesità si basa, inoltre, su una corretta offerta di cibo all'interno del contesto famigliare.

Da ricordare sempre che la prima regola è quella della ripartizione delle calorie nei cinque pasti indicati dalle linee guida, con una speciale attenzione alla prima colazione, completa di frutta, latte/yogurt, cereali o un prodotto da forno.

Lo snack di metà mattina e la merenda pomeridiana devono essere scelte in modo da controllare lo stimolo della fame, ma limitando grassi e zuccheri.
Per completare la giornata alimentare mancano pranzo e cena, da comporre in modo equilibrato, per garantire l’assunzione quotidiana di tutti gli alimenti fondamentali.

Fonti: http://www.nutrimi.it/

07 settembre 2016


Alimentazione Approfondimento Prevenzione

Giornalista professionista


Centenari di Sardegna e Okinawa: che cosa hanno in comune

Due delle comunità mondiali in cui i centenari sono più numerosi: quali sono le caratteristiche in comune?

In Sardegna e a Okinawa i centenari sono tanto numerosi da aver sollecitato da tempo l’attenzione dei ricercatori. La provincia di Nuoro e l’arcipelago nipponico condividono l’appellativo di Blue Zone, cioè le aree del mondo in cui si vive più a lungo e, quel che più conta, in salute. Poche altre zone condividono sul pianeta questa sorta di Bollino Blu: Loma Linda (New Mexico), Ikaria (isola dell’Egeo), Nicoya (Costarica).

Maurizio Fadda, S.C. Dietetica e Nutrizione clinica, Città della salute e della Scienza di Torino, precisa: «In Sardegna e a Okinawa i centenari sono, rispettivamente, 22 ogni 100mila abitanti e ben 50 ogni 100mila. La gran parte di loro gode di salute invidiabile, rapportata ovviamente all’età. È evidente che un risultato così simile, rilevato a migliaia di chilometri di distanza, deve dipendere da una molteplicità di fattori, da analizzare con attenzione».

Invitato a parlare dei centenari di Sardegna e Okinawa durante NutriMi (appuntamento annuale milanese tra esperti italiani e internazionali di nutrizione), Fadda elenca le abitudini salienti delle due aree: «Nella zona di Nuoro è attiva la pastorizia. La dieta dei pastori si basa su carni non bovine e su prodotti lattiero-caseari, mentre i carboidrati sono limitati. I formaggi sono prevalentemente da latte caprino, le cui proprietà mantengono in salute il microbiota intestinale e contribuiscono a tenere sotto controllo sia la leptina (ormone che, insieme alla grelina, controlla fame e sazietà) sia fattori pro-infiammatori come l’interleuchina-6».

«Nei formaggi della zona» aggiunge Fadda «troviamo inoltre bassi livelli di caseina (come nel latte umano), alta concentrazione di acidi grassi a catena corta e media (propionico e  butirrico), alta concentrazione del probiotico Lactobacillum plantarum. Anche il pane tipico Carasau (noto anche come “carta da musica”) è ricco di Lattobacilli. Una lancia va spezzata infine in favore del vino della zona: il Cannonau, in cui la concentrazione di polifenoli antiossidanti (antocianosidi soprattutto) è molto elevata».

A Okinawa, invece, l’alimentazione è «prevalentemente vegetale, con poco pesce e molto tofu, molta curcuma (la curcumina è una delle molecole che più stanno stimolando la ricerca nutrizionale) e una patata dolce della zona, ricca di polifenoli. Riso brillato e pane bianco hanno raggiunto l’arcipelago soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale» spiega Fadda. Che cosa accomuna allora Sardegna e Okinawa e i loro centenari? «Frugalità, attività fisica costante di bassa intensità, rapporti sociali intensi e quotidiani» afferma Fadda. «I pastori sono in movimento tutti i giorni, ma il loro non è un esercizio strenuo. A Okinawa si praticano arti marziali (qui è nato il karate), si va a pesca e si nuota. Frugalità significa mangiare il giusto senza eccedere: gli abitanti di Okinawa si aiutano lasciando le pietanze su un tavolo distante da quello attorno al quale si consuma il pasto, così da obbligare le persone ad alzarsi per servirsi».

Ultimi, ma non per importanza, i rapporti sociali: «Nelle Blue Zones sono molto stretti anche i legami all’interno della comunità, senza dimenticare che anche la semplice condivisione del pasto, tipica della convivialità mediterranea, è stata ormai inserita in tutte le Piramidi Alimentari, a cominciare com’è ovvio da quella mediterranea».

19 luglio 2016


Alimentazione Approfondimento Salute

Giornalista professionista


Sì al caffè d'estate: l'idratazione non ne soffre

Per un'idratazione corretta, caffè anche d'estate. Lo dimostra la ricerca

Non è necessario rinunciare all’amata tazzina neppure nei mesi caldi, per il timore (infondato) di compromettere una corretta idratazione. La ricerca più recente, infatti, sfata il mito che legava il consumo di caffè (ma anche di tè) a un certo effetto disidratante.

Le dichiarazioni a difesa del caffè anche nei mesi estivi vengono dalla SISA, la Società Italiana di Scienza dell’Alimentazione), che spiega come l’ipotesi di un effetto disidratante associabile al consumo di caffè derivasse da studi ormai datati, in cui era stata valutata la somministrazione di caffeina pura e non di bevande contenenti caffeina.

Più di recente, invece, le ricerche hanno correttamente considerato l’assunzione di caffeina all’interno delle normali abitudini alimentari, vale a dire con caffè e tè.

Da queste indagini sono emersi i primi dati, pubblicati nel 2000 sul J. Am. Coll. of Nutrition (Grandjean A, Reimers K, Bannick K, Haven M. The effect of caffeinated, non-caffeinated, caloric and non-caloric beverages on hydration. JACN 2000;19(5):591-600), in cui si è messo in luce che il consumo abituale e moderato di caffè con caffeina (pari alle nostre 4 tazzine al giorno) non provocava effetti negativi sullo stato di idratazione.

Altri studi, condotti con dosi superiori assunte per lunghi periodi, hanno dimostrato che il potenziale diuretico della caffeina resta comunque modesto, perché l’organismo mette in atto un sistema di tolleranza.

Ecco perché, consumato in modo regolare e moderato, si può dire sì al caffè d’estate: l’idratazione non ne soffre.

Una ulteriore conferma è venuta da una ricerca pubblicata nel 2014 su PLOS ONE (Killer S.C., Blannin A.K. and Jeukendrup A.E. (2014). No evidence of dehydration with moderate daily coffee intake: a counterbalanced cross-over study in a free-living population), in cui è stato utilizzato un sistema di valutazione dell’acqua totale corporea in gruppo di adulti sani, bevitori abituali e moderati di caffè, dimostrando l’assenza di qualunque rischio di disidratazione.

Ultime, ma non per importanza, sono le osservazioni più recenti sugli sportivi, in cui l’attenzione al bilancio idrico-salino in condizioni di sudorazione profusa dev’essere massima: anche in questo caso, il consumo abituale e moderato di caffè con caffeina non ha alcun effetto negativo sullo stato di idratazione. Anzi. Lo sportivo abituato ad assumere caffeina con il caffè (o il tè), che interrompe il consumo di queste bevande, vede calare le sue performance.

21 luglio 2016


Alimentazione Approfondimento

Giornalista professionista


Le proprietà di aglio, cipolle e porri

Dalla protezione cardiovascolare a quella tumorale

Le proprietà di aglio, cipolle e porri sono riconosciute ormai anche dalla medicina ufficiale, che oggi ne sta caratterizzando tutti i vantaggi riportati nei secoli dai testi della medicina tradizionale, a iniziare dalle Grandi Civiltà, passando per il Medioevo, il Rinascimento e via via fino ai giorni nostri.

Le proprietà di aglio, cipolle e porri più importanti sono quelle determinate dai composti organo solforati

Le proprietà di aglio, cipolle e porri, ma anche le altre verdure del genere Allium (scalogno, erba cipollina e, in Oriente, rakkyo), ovvero delle cosiddette Agliacee, derivano non solo dal contenuto in fibre, vitamine e minerali, ma anche, e soprattutto, dalla presenza di composti organo solforati.

Il contenuto in fibre, vitamine e minerali varia da prodotto a prodotto. Un etto di aglio, cipolle, porri, scalogno e verdure dello stesso genere può fornire fino a 2,9 grammi di fibre.

Per quanto riguarda il potassio, da segnalare è la sua buona presenza nell’aglio (circa 350 mg/100 g), mentre i porri garantiscono calcio (54 mg/100 g), ma anche folati (74 microgrammi/100 g).

Ma, com’è stato accennato in precedenza, le proprietà di aglio, cipolle e porri (e delle altre verdure di questa famiglia) sono per la maggior parte affidate al contenuto in composti organo solforati. A queste molecole, infatti, sono state ormai attribuite le proprietà di aglio, cipolle e porri che sono sempre state dimostrate nei millenni.

Le evidenze più convincenti sono emerse per l’aglio, il prodotto più studiato per l’elevato contenuto di allicina, il composto organo solforato dotato di proprietà antibatteriche (mirate soprattutto su vie aeree e intestino), antifungine, antiparassitarie e toniche sfruttate a fondo dalle Civiltà più antiche e fino ai giorni nostri.

Oggi sappiamo che, per ogni grammo di aglio, si liberano fino a 4,5 mg di allicina, grazie all’azione di un enzima specifico, l’allinasi. L’allinasi, però, si attiva soltanto dopo aver tagliato (o schiacciato) lo spicchio e averlo lasciato a riposo per una decina di minuti prima dell’uso (a crudo o in cottura).

Le proprietà di aglio, cipolle e porri: da quelle cardiovascolari ai benefici antitumorali dell'allicina

Attualmente le proprietà più sfruttate dell’allicina sono dirette sulla salute cardiovascolare. Dell’aglio sono state riconosciute, infatti, le capacità protettive nei confronti di cuore e arterie, tali da riuscire a riequilibrare alcuni tra i principali fattori di rischio cardiovascolare: colesterolemia elevata, ipertensione, trigliceridi in eccesso, alti livelli di fibrinogeno.

E non solo. Tra le importanti proprietà di aglio, cipolla e porri va senza dubbio citata quella antitumorale dovuta proprio all'allicina contenuta in questi prodotti dell'orto.

Le proprietà di aglio, cipolle e porri: da quelle cardiovascolari ai benefici antitumorali dell'allicina

Una metanalisi: un consumo elevato di aglio, cipolla e porri protegge da tumori gastroenterici e testa-collo

Secondo una metanalisi condotta dai ricercatori dell’Istituto “Mario Negri” di Milano, infatti, le popolazioni che consumano regolarmente aglio, cipolle e porri mostrano un ridotto rischio sia di tumori del tratto gastroenterico sia - questo il dato più recente -, di tumori del distretto testa-collo (cavo orale, faringe e laringe).

Fonti: www.nutrition-foundation.it/ -  Aglio e agliacee (cipolla, scalogno, porro) La Scheda

01 agosto 2016


Alimentazione Approfondimento

Giornalista professionista


Le differenze degli oli vegetali

Perché è importante alternare gli oli vegetali per coniugare gusto e salute

Gli oli vegetali non sono tutti uguali: le caratteristiche di composizione dipendono dal tipo di grasso che prevale nella loro composizione. Queste differenze degli oli vegetali sono fondamentali per scegliere con correttezza il prodotto più adatto per condire a freddo o per cuocere in modo che all’organismo sia garantita la varietà di nutrienti più salutare.

Le differenze degli oli vegetali dipendono innanzitutto dalla materia prima utilizzata

Gli oli vegetali possono essere ottenuti da materie prime differenti, ovvero da semi (come girasole, sesamo e colza), oppure da legumi (arachide e soia), oppure da frutta secca a guscio (noce e mandorla), dalla polpa di frutti come l’oliva e il palma, infine dal germe di alcuni cereali (riso e mais, grano).
Da queste materie prime, con la spremitura o l’estrazione si ottengono oli in cui sono presenti, in percentuali differenti, diversi grassi: polinsaturi (Omega 3 e Omega 6), monoinsaturi (Omega 9) e grassi saturi. Dunque le differenze degli oli vegetali stanno proprio in questo (vedi grafico dove sono riportate le composizioni percentuali in grassi polinsaturi, monoinsaturi e saturi).

Le differenze degli oli vegetali dipendono innanzitutto dalla materia prima utilizzata

Gli oli vegetali ricchi di acidi grassi polinsaturi tengono a bada la colesterolemia

È stato dimostrato che il consumo di oli con il maggior contenuto di acidi grassi polinsaturi (Omega 3 e Omega 6) ha effetti positivi sulla salute cardiovascolare, perché riduce i livelli di colesterolo totale e LDL (colesterolo “cattivo”).
In particolare, gli oli di mais, girasole e soia hanno un alto contenuto di acido linoleico, al quale l’EFSA (l’Autorità europea che sovrintende alla sicurezza degli alimenti) ha riconosciuto un ruolo nel controllo della colesterolemia.
D’altro canto l’olio d’oliva extravergine, caratterizzato dalla prevalenza di acidi grassi monoinsaturi (Omega 9), ha un elevato contenuto di polifenoli. Proprio i polifenoli esercitano un effetto protettivo sulle arterie, sia perché aumentano i livelli circolanti di ossido nitrico (NO), che mantiene sotto controllo la pressione, sia perché riducono l’attività dei fattori pro-trombosi e pro-formazione delle placche aterosclerotiche: questa seconda attività esercitata dai polifenoli è stata riconosciuta anche dall’EFSA.

Le differenze degli oli vegetali sono fondamentali in cucina e per un adeguato apporto di acidi grassi e polifenoli

Le differenze degli oli vegetali sono determinanti anche per decidere la loro migliore destinazione negli usi di cucina. Per gli usi a freddo, infatti, dal condimento alla preparazione di salse come la maionese, la scelta spesso dipende dal gusto personale. Le linee guida nutrizionali, però, sottolineano che è opportuno variare la scelta degli oli, in modo da assicurare all’organismo sia un adeguato apporto di tutti gli acidi grassi sia un’assunzione sufficiente di polifenoli.

Le differenze degli oli vegetali sono fondamentali in cucina e per un adeguato apporto di acidi grassi e polifenoli

Le differenze degli oli vegetali per l'uso a caldo: più indicati i più ricchi di acidi grassi monoinsaturi o saturi

Per quanto riguarda gli usi a caldo, cioè rosolatura, frittura, sughi, salse calde sono, invece, più indicati quelli a maggior contenuto di acidi grassi monoinsaturi o saturi: olio d’oliva (non extravergine), oppure gli oli di colza e arachide. Nell’uso degli oli per la cottura è importantissimo non raggiungere mai il “punto di fumo”, perché si sviluppano sostanze potenzialmente nocive e sgradevoli al gusto.Inoltre è opportuno usare l’olio una sola volta.

Conoscere gli le differenze degli oli vegetali è dunque essenziale per una scelta che sappia sempre coniugare gusto e salute.

Fonti:  IEO Banca Dati di Composizione degli Alimenti per Studi Epidemiologici in Italia

20 settembre 2016


Alimentazione Approfondimento

Giornalista professionista


Le proprietà dei frutti di bosco

Se consumati regolarmente proteggono le cellule dal danno ossidativo

Le proprietà dei frutti di bosco (fragole, mirtilli, more, lamponi, ribes, ma anche il sambuco) sono in gran parte dirette a contrastare il danno ossidativo cellulare, vale a dire la produzione di radicali ad azione pro-ossidante, che si formano per la maggior parte durante le normali reazioni intracellulari di tutti gli organi e apparati, mentre solo in percentuale minoritaria sono di origine ambientale.

Tra le proprietà dei frutti di bosco l'azione antiossidante dei polifenoli

Le proprietà dei frutti di bosco sono attribuibili sia al contenuto di determinati minerali, come ferro, zinco, rame, manganese e selenio, sia - soprattutto - alla presenza di molecole polifenoliche caratteristiche di questi frutti: in particolar modo antocianine e proantocianidine, ma anche acido clorogenico e acidi fenolici. È noto, infatti, che i minerali citati vengono utilizzati dagli enzimi antiossidanti fisiologicamente presenti nell’organismo, mentre i polifenoli agirebbero direttamente sullo stress ossidativo.

Tra le proprietà dei frutti di bosco l'azione antiossidante dei polifenoli

Le proprietà dei frutti di bosco, perciò, arginerebbero i danni prodotti dai radicali liberi su proteine e grassi cellulari. Evitare che le molecole vengano danneggiate e che successivamente si accumulino è fondamentale per proteggere l’integrità della struttura cellulare e far sì che svolgano correttamente le loro funzioni.

È ormai dimostrato, infatti, che l’accumulo dei danni cellulari è un fattore determinante di accelerazione dei processi d'invecchiamento ed è anche alla base di tutte le principali malattie degenerative: cardiovascolari, metaboliche (diabete prima di tutto) e oncologiche.

 

Servono 4-6 settimane di consumo quotidiano di frutti rossi per avere reali benefici

I polifenoli, a cui si attribuiscono gran parte delle benefiche proprietà dei frutti di bosco, sono presenti in quantità variabili da frutto a frutto e fino a 2.000 mg per 100 grammi di prodotto: i valori più elevati si trovano nei frutti di sambuco, nel lampone e nel ribes nero.

La ricerca ha approfondito negli anni il ruolo dei polifenoli non soltanto in analisi di laboratorio e negli animali, ma ne ha valutato anche l’attività nell’uomo. Si è così dimostrato che anche una sola porzione di frutti rossi migliora lo stato antiossidante del sangue (plasma e siero), ma che sono necessarie almeno 4-6 settimane di consumo quotidiano per evidenziare effetti significativi e consistenti.

Quali sono le porzioni quotidiane necessarie per sfruttare a pieno le proprietà dei frutti di bosco?

Se si tratta di frutti interi o frullati le porzioni variano da 100 a 500 g al giorno, mentre nel caso di succhi o bevande a base di frutti di bosco si va da 240 a 1.000 ml. Il dato che ha suscitato il maggior interesse, però, riguarda le persone che sono state coinvolte in questi studi e nelle quali si sono evidenziati i miglioramenti dello stato antiossidante: si tratta, infatti, non soltanto di soggetti sani, ma anche di persone con fattori di rischio per malattie di tipo cronico-degenerativo.

Quali sono le porzioni quotidiane necessarie per sfruttare a pieno le proprietà dei frutti di bosco?

Tra le proprietà dei frutti di bosco anche fibre, zuccheri, vitamine e minerali

Probabilmente, però, ai buoni risultati ottenuti grazie alle benefiche proprietà dei frutti di bosco concorrono altri nutrienti presenti, comunque preziosi. Infatti fragole e mirtilli, more, lamponi ribes e sambuco forniscono anche fibre e zuccheri, vitamine e altri minerali importanti per il mantenimento di salute e benessere. Nella tabella sono riportati i quantitativi minimi e massimi di questi nutrienti presenti in tutti i frutti di bosco.

 

Tabella. Contenuto min emax dei nutrienti prevalenti

Nei frutti rossi: fragole, mirtilli, more, ribes, lamponi

NUTRIENTI CONTENUTO (min-max)/100g
Energia Kcal 31-49
Acqua g 83-90.5
Fibre g 1.6 (fragole) - 7.4 (ribes, lamponi)
Glucosio g
Fruttosio g
1.7 (ribes) - 4.0 (more)
2.4 (ribes) - 4.1 (more)

Calcio mg

Potassio mg

Fosforo mg

Magnesio mg

Zolfo mg

35 – 49

160 (fragole-mirtilli) – 280 (ribes)

28 (fragole) – 52 (lamponi)

5 (mirtilli) - 23 (more)

13 (fragole-mirtilli) – 29 (ribes)

Vitamina C mg

Folati totali mcg

Beta- carotene mcg

Vitamina K mcg

15 (mirtilli) – 54 (fragole)

6 (mirtilli) – 34 (more)

tracce (fragole) – 78 (mirtilli-lamponi)

3 (fragole) – 19,80 (more)

Modif da: BDA – Banca dati composizione alimenti – IEO

In conclusione, si può affermare che il consumo regolare e in buona quantità di frutti di bosco ha dimostrato di migliorare la capacità dell’organismo di combattere lo stress ossidativo diretto su proteine e grassi. Le ricerche quindi proseguono, per capire in quale misura l’assunzione costante di frutti di bosco sia in grado di tagliare il traguardo più ambizioso, vale a dire i danni diretti sul DNA.

Fonti: Del Bo’ C, Martini D, Porrini M, et al. Food & Function 2015;6:2890-917

11 ottobre 2016


Alimentazione Approfondimento

Giornalista professionista


Farina, pane e pasta integrali

I grandi benefici per la salute cardiovascolare e metabolica

Farina, pane e pasta integrali (e i cereali integrali in genere) stanno riconquistando sempre più un posto a tavola. Anche i prodotti da forno, come i grissini, i cracker, i biscotti, o i piccoli dolciumi spesso vengono offerti richiamando l’attenzione sul loro contenuto in cereali integrali.

La ricerca: farina, pane e pasta integrali prevengono da malattie cronico-degenerative

Un motivo c’è: la ricerca ha inquadrato oggi con precisione i molti vantaggi che farina, pane e pasta integrali apportano al benessere e alla salute, soprattutto in termini di prevenzione di malattie cronico-degenerative.

Una domanda preliminare è però d’obbligo: qual è la quota di integrale che può essere considerata sufficiente a dare questi vantaggi di salute? I cereali integrali al 100%, in cui il chicco viene utilizzato per intero (crusca, germe, endosperma), infatti, mal si adattano alla preparazione di prodotti caratteristici della nostra tradizione alimentare; sono piuttosto tipici del Nord, dove si trovano soprattutto nei pani scuri, dal sapore caratteristico e molto marcato, in cui i chicchi sono riconoscibili e le fette mancano di omogeneità.

La ricerca: farina, pane e pasta integrali prevengono da malattie cronico-degenerative

Al 50% farina, pane e pasta integrali offrono innegabili vantaggi per la salute

È stato quindi necessario individuare la percentuale di base che coniugasse, in farina, pane e pasta integrali due fattori fondamentali: da un lato la presenza sufficiente di fibre solubili e insolubili, grassi, vitamine, steroli, sali minerali e antiossidanti, dall’altro la versatilità in cucina e nelle preparazioni industriali. Questa percentuale di base è stata individuata nel 50%. Vale a dire che farina, pane e pasta integrali per il 50% (valore minimo), offrono vantaggi di salute innegabili, dimostrati dalla ricerca.

Gli studi sul rapporto tra consumo abituale di farina, pane e pasta integrali e il controllo del rischio di malattie cardiovascolari e metaboliche

Le evidenze emergono prima di tutto dai grandi studi di popolazione, quelli che hanno seguito - o stanno seguendo - il rapporto tra abitudini di vita e andamento della salute, come i due Nurses’ Health Study e il Physicians Health Study negli Stati Uniti, o l’EPIC (European Prospective Investigation Into Cancer in Europa and Nutrition). Il dato comune a tutti è la correlazione tra consumo regolare di farina, pane e pasta integrali (o di cereali integrali) e un efficace controllo dei fattori di rischio per malattie cardiovascolari e metaboliche, oltre che una migliore gestione del peso.

Il consumo regolare di cereali farina, pane e pasta integrali migliora la salute glicemica

Nel caso del rischio cardiovascolare, si è andati più a fondo, dimostrando che avena e orzo, se consumati integrali, sono i cereali più efficienti nel controllo della colesterolemia. Infatti l'EFSA, l’Autorità europea per il controllo della sicurezza alimentare, ha approvato il claim relativo. Nel caso del pre-diabete (e del diabete di tipo 2) è stato dimostrato che il consumo regolare di cereali, farina, pane e pasta integrali migliora nel lungo periodo i parametri di salute glicemica (glicemia a digiuno, insulinemia, emoglobina glicata).

Per quanto riguarda il peso, l’elemento centrale fornito da cereali, farina, pane e pasta integrali è l’apporto di fibre, che induce senso di sazietà e sostiene la regolarità intestinale.

L’equilibrio del metabolismo di grassi e zuccheri e la gestione del peso sono fondamentali, tra l’altro, contro l’infiammazione generalizzata di basso grado che, a sua volta, entra in gioco nell’aumentare il rischio tumorale.

Il consumo regolare di cereali farina, pane e pasta integrali migliora la salute glicemica

La scelta di farina, pane e pasta integrali minimizza gli scarti e i costi di smaltimento

Ultimo, ma non per importanza, è il risvolto ambientale positivo del consumo di farina, pasta e pane integrali (oltre che di altri cereali e prodotti da forno): ridurre la raffinazione significa minimizzare gli scarti della molitura, quindi i costi di smaltimento.

Farina, pane e pasta integrali: quale consumo quotidiano e quale scelta

Tutto ciò premesso, che cosa è opportuno consigliare al consumatore?

Il consumo di cereali, farina, pane e pasta integrali dovrebbe essere quotidiano per garantire i maggiori vantaggi, nella misura di tre porzioni da 8 grammi.

Un riferimento valido per il consumatore è la lettura delle etichette di cereali, farina, pane e pasta integrali (oltre di altri prodotti da forno). Deve essere chiaramente indicato il contenuto “integrali”, pari al 50% o più.
La presenza di cereali integrali al 50% e più non è il solo elemento da considerare nella lettura delle etichette. Infatti, un prodotto nutrizionalmente valido non deve essere troppo ricco di grassi saturi, sale e zuccheri aggiunti.

La scelta migliore punta alla varietà di farina, pane e pasta integrali (e altri prodotti da forno). Non vale la pena di optare per cereali esotici e quindi più costosi. I cereali integrali prodotti qui garantiscono versatilità in cucina e completezza di elementi nutrizionali.

Fonti: Giacco R, Della Pepa G, Luongo D, et al. Nutr Metab Cardiovasc Dis. 2011;21; Ferruzzi MG, Jonnalagadda SS, Liu S, et al.  Adv Nutr 2014;5:164-76 - Lafiandra D, Riccardi G, Shewry PR. J Cereal Sci 2014;59:312-326 - Conferenze “L’evoluzione tecnologica nella produzione degli alimenti” –  EXPO Milano 2015 presso Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari- Università di Milano – Relazione di: Furio Brighenti, Dip, Scienza degli Alimenti, Univ di Parma

21 ottobre 2016


Alimentazione Approfondimento

Giornalista professionista


Metodi di cottura e salute

Come e perché la cottura e la salute sono strettamente legati

Qual è la percentuale ideale di consumo tra alimenti crudi e alimenti cotti nella settimana? I nutrizionisti dicono che il rapporto dovrebbe essere pari a 50 e 50, per assicurare da un lato l’apporto di nutrienti, come le vitamine e minerali, che spesso vanno persi in cottura e, dall’altro, rendere alcuni alimenti più gradevoli e digeribili (cereali, fibre, carni, pesce), o abbattere il contenuto di microrganismi e tossine.

È un equilibrio che mette in luce come il rapporto tra metodi di cottura e salute debba essere alla base delle nostre scelte quotidiane.

Metodi di cottura e salute: un rapporto strettissimo dovuto a più motivi

Tra metodi di cottura e salute, infatti, i rapporti sono più di uno, a iniziare dalle modificazioni principali che il trattamento termico induce a carico di proteine, carboidrati e grassi.

Le proteine vengono denaturate, migliorandone così la digeribilità: è un principio valido per carne, pesce, legumi e cereali, ma non per le uova. Nelle uova, infatti, la digeribilità migliore si ha quando l’albume è rappreso, ma il tuorlo ancora morbido: l’uovo alla coque è meglio di quello sodo.

I carboidrati si disidratano con la cottura

I carboidrati, invece, con la cottura si disidratano: pane e prodotti da forno sono resi più gradevoli dalla formazione della crosta che però, in nessun caso, deve avere aree carbonizzate. La carbonizzazione, infatti, produce sostanze tossiche, come le ammine aromatiche e gli idrocarburi policiclici aromatici.

Infine, i grassi sono resi più digeribili dall’idrolisi, che però ne accelera l’ossidazione, riducendo i tempi di conservazione.

I carboidrati si disidratano con la cottura

Per capire il legame tra metodi di cottura e salute ecco alcuni esempi

Se si vuole esaminare più in dettaglio il rapporto tra metodi di cottura e salute, è poi necessario conoscere alcune caratteristiche dei metodi principali, vale a dire: cottura in ambiente umido (in acqua o a vapore); brasatura/stufatura; forno; microonde; infine frittura e brace che, però, meritano un capitolo a parte.

La cottura in umido comporta perdita delle vitamine termolabili (che si degradano tra il 10 e il 50%) e dei minerali, “lavati via” da acqua o vapore. Per questo è bene riutilizzare i liquidi di cottura per brodi o salse, recuperando in parte questi micronutrienti.
Per migliorare la resa in salute di questo metodo di cottura, ecco alcuni suggerimenti utili:

- verdura e frutta vanno poste in pochissima acqua, già in ebollizione, mentre nella pentola a pressione è opportuno utilizzare il cestello;
- per il pesce e le zuppe di pesce l’acqua dev’essere poca e già in ebollizione;
- pasta e riso: molta acqua in ebollizione e salata;
- legumi: molta acqua, a freddo. I tempi sono più lunghi per i legumi secchi (e reidratati), rispetto a quelli freschi o surgelati. I legumi in scatola necessitano solo di un minimo riscaldamento;
- carni miste per il brodo: l’acqua di partenza dev’essere fredda, per estrarre progressivamente i nutrienti, che danno sapore e ricchezza al brodo;
- carni per bollito: molta acqua già in ebollizione e salata, che “sigilla” di più i nutrienti nella carne e ne preserva il sapore.

Per capire il legame tra metodi di cottura e salute ecco alcuni esempi

Sono sani anche stufatura e brasatura

Anche brasatura e stufatura sono comuni metodi di cottura dalla parte della salute: utilizzano pochi grassi, temperature basse e tempi prolungati. Il liquido usato varia secondo gusti e preparazioni: acqua, brodo, vino (che perde completamente il contenuto alcolico) e, spesso, aromi (aggiungono sapore e salute).

Brasatura e stufatura sono adatte a verdure, carni e pesce, legumi e frutta, senza perdita di micronutrienti (tranne le vitamine che si degradano con il calore) raccolti nel fondo di cottura e consumati con l’alimento.

Uno dei metodi di cottura migliori è al forno

Il forno è tra i metodi di cottura migliori per la salute. I vantaggi sono più di uno: occorrono pochi grassi per la cottura standard, ma il calore diffuso permette di utilizzare alternative, come il metodo “al cartoccio”, per verdure, o carni e pesci di pezzatura media, o il metodo con la “crosta di sale”, per carni e pesci di pezzatura maggiore.

Entrambi esaltano la sapidità dell’alimento e ne mantengono quasi intatti (vitamine termolabili a parte) il contenuto in nutrienti.

Cottura a microonde

Le microonde, per molto tempo trascurate dall’uso comune, oggi sono ampiamente diffuse in casa e nella ristorazione.

Tra i metodi di cottura garanti di salute, il forno a microonde occupa una posizione di tutto rispetto: l’alimento risulta cotto come dopo il processo di bollitura, ma i costituenti restano intatti al suo interno, perché il liquido è totalmente assente.

L’aggiunta cosmetica e di gusto della crosticina superficiale, gradita a tutti i consumatori, è garantita da una resistenza che rifinisce il procedimento.

Un buon equilibrio tra metodi di cottura e salute se si sceglie il sottovuoto

Infine, va segnalato il sottovuoto, utilizzato da poco tempo che, garantisce un ottimo rapporto tra metodi di cottura e salute.

Oggi la vera cottura sottovuoto, a partire dall’alimento grezzo, è riservata alla grande ristorazione, perché richiede preparazioni specifiche e tempi lunghissimi. Per il pubblico, invece, sono proposti dalla grande distribuzione piatti semi-pronti che, a costi accettabili e con tempi di realizzazione limitati, forniscono ricette in cui non c’è alcuna perdita di nutrienti.

Fonti: Alimentazione. Prevenzione & Benessere, a cura di Nutrition Foundation of Italy Pacini Ed.- 2014; 8: 4-11

04 novembre 2016


Alimentazione Approfondimento

Giornalista professionista